PER FARLA FINITA CON LA PAESANOLOGIA

Questo è un libro che parla di luoghi non tanto per dire quel che c’è o quel che c’era, ma per provare a dire come mai la vita è sparita. La vita era un’aria, una pressione indefinita ed è stata inscatolata negli oggetti, imbottigliata nelle parole. Il sud con i suoi paesi è semplicemente un luogo dove la sparizione della vita forse si vede meglio. Il mio lavoro è esplorare margini, paesaggi, vicoli, facce in ombra. Questo libro è l’ultimo mio lavoro intorno ai paesi, sento che la lingua si sta già dirigendo altrove, che si sta costruendo un suo paese. Non cerco più il sindaco che mi dice dei soldi che non arrivano, l’accidioso che spia la vita degli altri assicurandosi che resti piccola come la sua, cerco solo creature che mi parlano da un quinto lato, creature che abbiano nello stesso sguardo l’uscita da sé e l’immersione nel più profondo di sé, creature antiche, esiliate, inattuali, senza nulla di moderno, nulla di contemporaneo. La parte di noi che usiamo per stare al mondo è scaduta, serve poco per vivere, pochissimo per scrivere un libro. La paesologia è un modo per organizzare la nostra inesistenza in questo mondo di accaniti al contingente. Appena mi parlano, IO duro pochi secondi, poi svanisco, proprio non ci riesco a ruminare la vita paesana, i suoi riti guardinghi, costantemente rivolti al passato. I luoghi resistono perché non sono costretti a parlarci, ad ascoltarci. I luoghi hanno una vita molto intensa. Adesso che l’uomo si è ritirato nei suoi miseri oggetti, le montagne sono più loquaci, gli animali sono ancora più innocenti.

Il problema dei paesi non è la loro morte, è la vita che li abbiamo costretti a condurre adesso, senza speranza e senza fede, una vita che spesso è guidata dalle persone più spente. Io cerco una nuova fede, che non prometta la salvezza dalla morte, ma che parta proprio dalla morte, dal comune destino che rende così improbabili le certezze umane, per costruire un respiro che gonfia le cose, le fa volare e fa volare con esse la leggenda di essere qui, l’unica leggenda di cui disponiamo. Non faccio programmi, non faccio promesse, posso scrivere solo parole penultime mentre il tempo decide cosa fare di noi. Ho sempre sperato di allargare quello che vedevo, di sfondare da qualche parte le pareti ci separano da una vita e da un morte più vere, più nostre. Ogni giorno la mia vita si fa sempre più paralizzata e sempre più avventurosa. Non c’è un’esperienza che guidi le altre, l’unico motore è il corpo, e questo motore porta avanti la scrittura. Dopo che si è visitato un paese non si può più essere la stessa persona. Ma una visita non è uno sguardo veloce e frettoloso a qualcosa che non è una città, una visita è lasciarsi attraversare, divenire pietra, muro, lampione, ciottolo di un paese ed è questa la postura che dobbiamo  provare ad indossare. Chiudono le fabbriche, chiudono le sezioni di partito, ma i paesi ci sono ancora. Per la prima volta ,grazie a loro, grazie a questi luoghi così silenziosi e assorti possiamo mettere  a frutto anche la nostra infelicità, farci guidare da essa verso i paesi che più ci corrispondono. I paesi sono delle comunità provvisorie. E le comunità provvisorie saranno i miei paesi del futuro, fuori dalle solite manfrine conformiste, luoghi in cui non si fa la manutenzione dell’agonia, ma si prova a sovvertire, si prova a percepire noi stessi e le cose da terra e da finestre molto alte o dal fondo.

La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento sullo sviluppo che non c’è stato, su chi se ne è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo.



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6 pensieri riguardo “PER FARLA FINITA CON LA PAESANOLOGIA

  1. continuiamo a dipingere quadri dell’animo senza cornice e senza committenti che inventano “circhi del sole” dove il sole non c’è….. per il nostro folle museo dell’aria anche per quelli che riescono a vedere e ammirare……persi nei loro “piccoli labirinti” mentali per i loro cuori catarattati…..

  2. E le comunità provvisorie saranno i miei paesi del futuro….

    Questo post è lo statuto quasi perfetto di comunità provvisorie.
    Manca solo qualche accenno alla felicità.

    p.s. Quella felicità che ho provato nei giorni scorsi a lioni, dove innarella (e olivieri e locascio e raviglia) hanno fatto un laboratorio straordinario sull’improvvisazione con 50 ragazzi irpini e non (due dalla spagna!).
    la sessione finale in piazza è stato un inno alla felicità!

    p.p.s. il laboratorio di innarella era alla terza edizione. le prime due si erano tenute a cairano, prima che il paese si ammalasse di cataratta…

  3. ha ragione Paolo questo testo di Franco va custodito con geloso orgoglio…….non ci sono parole si poterbbe dire! Le malattie degli altri ci interessano relativamente peccato non essere stati a Lioni con Pasquale con la nostra stessa generosità all’ascolto e disponibilità al dono…….è forse questo piacere la proposta della “paesologia”? Una cosa abbiamo capito con sicurezza……”sarà una scenza arresa ma non è per tutti……….la stessa aria rareffatta e allegra circolava ad Aquilonia tra gli zambilli d’acqua della sua fontana nei sorrisi liquidi dei bambini e nelle facce solide dei genitori cotaminate dalla gioia semplice…….sono ancora contento e fiducioso per la mia Irpinia…….senza aggettivi……

  4. un saluto a tutti,
    sarei dovuto essere sulla rupe con voi in agosto.
    ho partecipato da lontano di tutto quello che è successo.
    e allora preferisco rarefarmi nell’aria che state descrivendo: mi piace
    e mi piace il testo che ho appena letto e che è meno bello e intenso di quello che mesi fa feci leggere e lessi ad alcuni sbigottiti amici e frequentatori delle mie storie.
    sono andato via da Roma e ora sono approdato poco sotto un paese chiamato Castell’Azzara tra il lago di Bolsena e il monte Amiata.
    qui l’aria sta iniziando anche me
    mi lascerò guidare da lei
    e trovandomi tra queste pagine provare a riallacciare qualcosa con le vostre cose.
    chissà che non si riesca anche ad invitarvi per ragionare un po’ insieme in questo agriturismo che diventerà a breve un comunità di famiglie.

    e dunque un abbraccio e un particolare ringraziamento ai versi di Arminio.
    e grazie per le comunità provvisorie scritto in plurale minuscolo che forse, chissà, sapendo di più orizzontale che di quella maiuscolo singolare…permettono di camminarci sopra.

    buona vita

    stefano lucarelli

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