….riprendiamo i nostri discorsi comunitari ?

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella
L’irpinia come opera d’arte…
di marcello faletra
…..testo pubblicato il 21 gennaio 2009 che provocò una impropria ma vera discussione su noi e il nostro blog….

“il nostro blog non è un tappeto volante in cui le cose appaiono e poi scompaiono per sempre. siamo liberi di andare avanti ma anche di tornare indietro … F. Arminio

Comunità provvisoria…Temporanea? Vagabonda? A considerarla al limite epocale in cui oggi ci troviamo, tra guerre e menzogne, la creazione di una comunità ha qualcosa dell’opera d’arte. Un’uscita dal disastro provocato dal cretinismo politico e dall’astenia depressiva che investe il nostro presente; e dove il tempo è evocato nella sua dimensione di basso profilo, discreto, indecidibile, non lineare, come accade nei flash back dei films, fotogrammi di tempo che scorrono all’indietro, che interrompono il corso del tempo cronologico, cioè frammenti, o coaguli di desideri, affetti, percezioni; oppure come parole che si rincorrono, si cercano, stringono alleanze discontinue, come la creta pastosa di un soggetto collettivo ancora a venire. La dove lo spazio della decisione pubblica si è ridotta a quella del voto, allora la creazione di una comunità, anche provvisoria, credo sia il tentativo per dar forma a processi di emancipazione sia individuali che collettivi.

Lo stato delle cose: l’esigenza di comunità è direttamente correlata, oggi, al fatto che i modi di agire e le situazioni si modificano prima che questi riescano a consolidarsi. Delle azioni, dei comportamenti, delle relazioni, non resta nulla. Questo è l’orizzonte della nostra contemporaneità. La nostra società non è in grado di trattenere o conservare la propria forma. Questo porta a ridefinire permanentemente i nostri attributi personali e di relazione: la nostra esistenza è sottoposta a scadenze, smontaggi, assemblaggi, continui, senza sosta. Siamo sotto assedio. Le nostre vite sono prese nel continente nero dell’informazione, che trapassa e rende “liquida” la nostra esistenza. Non abbiamo niente – diceva un vecchio saggio indiano Hopi – ma abbiamo Il Tempo.

Da questo schizzo alcune considerazioni. La prima sul tempo. E, cioè, che cos’è il tempo per noi?

Politiche del tempo. Nel Tamburo di latta lo scrittore tedesco Gunter Grass narra la storia di un bambino, il quale appena vide che il suo paese cadde nelle mani dei nazisti, decise di fermare il tempo, di non crescere più. Continua così a vivere con la sua piccola statura da bambino. Freddo osservatore delle menzogne e delle imposture dei nazisti, cammina per le vie battendo un tamburo controtempo per disturbare gli ordini che si propagano per le vie. Un giorno nascosto tra i gradini di uno stadio, sente i suoni di una parata: trombe, tamburi, cori, inni e il passo ritmato dei soldati che scandiscono il cammino. E quando nel fragore di questa marcia nazista si decide di mettere anche il suo asincrono tamburo, nessuno lo sente. Ma, pian piano comincia a disturbare un cembalista, poi un violinista e cosi via di seguito. Dopo poco la marcia militare cambia ritmo, i soldati perdono il passo. Le stonature si propagano. Strani valzer si levano dalla parata. I soldati del coro iniziano a danzare liberamente e il caos trionfa. Da una quaresima nasce un carnevale. Il tempo collettivo viene di colpo liberato dall’intruppamento militare e consegnato alla libertà. Durante la proiezione del film Joyeux calvaire di Denys Arcand, all’improvviso un barbone grida ad altri due barboni: “Non ho tempo”. Il barbone sa quello che dice. Il film mette in bocca all’ultimo della società una verità da prendere alla lettera. Il barbone non spiega perché, la sua è una percezione. Altri al suo posto saprebbero cosa rispondere, come Paul Virilio, che ha studiato a fondo le tecniche dell’esercizio del potere sul tempo. Il “tempo reale” esperito con le tecnologie informatiche, equivale allo “sterminio del tempo”. Potere e tempo sono strettamente collegati. Perché avere potere significa disporre del tempo altrui. E, oggi, questo dominio del tempo lo si può constatare con l’imperialismo della velocità, che generano, come osserva Enzensberger, le non-contemporaneità. Perseguendo l’estasi della comunicazione gli uomini si separano gli uni dagli altri. Questa osservazione da ragione a Kant quando osservava che la libertà e la felicità sono inconciliabili: la libertà unisce, la felicità divide. La libertà se non viene esercitata, si può perdere. Mentre la felicità spesso genera conflitti per la spartizione di una cosa. L’esercizio del tempo come creazione del sé appartiene alla libertà, quando questa non viene sequestrata dall’attrazione fatale della velocità, con la quale siamo già perdenti in partenza. Che fortuna per quegli indiani Hopi che non conoscono l’equivalente dell’aggettivo “veloce”. Per essi conta soltanto l’intensità dell’azione o di una relazione. Qualche anno fa in una piazza di Parigi una folla di manifestanti disoccupati gridavano: “Non abbiamo niente, ma abbiamo tempo”. E’ vero, questi disoccupati non avevano nulla ma, paradossalmente, come il bambino del tamburo di latta, esibivano un tempo non assoggettato a nulla. Per il capitalismo d’oggi questo slogan appare una bestemmia. Per esso il tempo è diventato come una bambola gonfiabile, e la libertà il suo preservativo. La bambola gonfiabile sta allo stupro del tempo come la libertà al profitto. La svizzerizzazione del tempo è contemporanea del suo crepuscolo. Sembra che anche l’arte si stia svizzerizzando se è vero, come ha affermato ironicamente Cattelan a un diffuso settimanale (l’Espresso) che il tempo che dedica alle opere è del 2 per cento, mentre quello che dedica all’organizzazione (mostre, incontri d’affari, ecc.) è del 98 per cento. Qui, tempo e affari sono la stessa cosa. Come accade al barbone che non ha tempo, anche l’arte pare condannata ad esser contemporanea di se stessa. Chissà se ciò che pensava Nietzsche a proposito dell’inattualità possa avere ancora efficacia (il fatto di non essere delle passive repliche del passato e della convenzionalità del presente). Con Faucault abbiamo avuto una biopolitica del corpo, mentre con Deleuze e Guattari un nomadismo del tempo. Analogamente, oggi, occorrerebbe prospettare un biotempo o una ecologia del tempo fondata sul ritardo, con la stessa intenzione con cui Duchamp definì La sposa messa a nudo dai suoi scapoli “ritardo in vetro”. Il ritardo prospettato da Duchamp auspicava una sconnessione col mondo convenzionale e una connessione col desiderio, come un balbettio che interrompe la frase perché c’è qualcosa di più urgente del senso: il piacere. E’ l’equivalente del riso creatore che attrae perché non si scambia con nulla. Il ritardo come imprevisto del tempo, come sorriso ironico che dilaga sulla nevrosi della marcia militaresca del tempo. Il ritardo come crepa della ripetizione dello stesso, dell’identico. Bordo sovversivo del soggetto che pone la domanda capitale, in senso nietzschiano, che cos’è per me…il tempo?

Ora, la “voglia di comunità” è l’inconfessabile orizzonte del presente. E’ emblema del desiderio di trovare o ritrovare un tempo al presente di fronte al quale ci scopriamo contemporanei gli uni degli altri. In ogni comunità la questione decisiva, infatti, è l’invenzione del presente. Senza che questo ci sia dato confezionato come articolo di consumo.

Chi siamo noi? In che cosa si riconosce una comunità? Non posso tacere il nome di colui che più di ogni altro si è immerso in questa direzione: Michel Foucault. E’ Innanzitutto ciò che ha chiamato “cura di sé”, e cioè una forma di prova biopolitica. E’ necessario occuparsi di sé nella misura in cui un gruppo o una comunità non sia strutturata verticalmente, ma sia in un certo senso “orizzontale”, plastica nelle sue manifestazioni, e in definitiva non sia governata da una tekhné politica, ideologica, ma da una politica degli affetti.

Altre archeologie. Si potrebbe vedere nell’attività della Comunità provvisoria il lavoro di un’equipe di archeologi dell’immagine, della parola e dell’ascolto. Captare suoni, visioni, vibrazioni, sapori, e tutto ciò che sfiora i corpi o li assale nell’aria. I suoi membri non avrebbero nulla in comune (perché non c’è necessariamente accordo sulla provenienza delle esperienze). Ora, perché vi sia atteggiamento archeologico è necessario che vi sia attitudine all’ascolto e attenzione al presente, e dunque, attitudine al tempo, cioè alle frequenze e ai ritmi temporali, alle sue scansioni, alle sue associazioni o dissociazioni, ma anche alle sue assenze: al silenzio. Così come l’archeologo associa l’attività dell’occhio a quello della storia, allo stesso modo la Comunità provvisoria mi è apparsa, nel suo insieme, una macchina d’ascolto che associa esperienze provenienti da scale temporali multiple (è quello che ho potuto constatare a Frigento con Franco Arminio e gli altri convenuti al “simposium” svoltosi tra cibo e pensiero).

Questa vocazione archeologica non segue la linea retta della storia, ma le interruzioni, le libere associazioni, le discontinuità dell’ascolto. In altre parole elegge l’anacronismo dell’esperienza dei sensi a criterio della propria attività. Dicendo anacronismo tiriamo in ballo ciò che è contemporaneo. Cosa significa?

1) Innanzitutto rifondare il senso del quotidiano non soggetto alla logica feroce del consumo e dello spettacolo, mettendo in atto delle controculture informali – non identificabili in una matrice ideologica. Si tratta di “somigliarsi” senza oggetto, senza feticcio, ma per concatenazione prossemica, per semplice contiguità affettiva, per una elementare politica dell’amicizia.

2) Questo aspetto porta a considerare un fatto decisivo: la politica dell’amicizia significa in primo luogo manifestare non la propria individualità, ma la propria unicità.

3) Ogni comunità apre uno spazio semiotico liberato dall’ossessione del Padre (il partito, l’ideologia, la religione, ecc.).

4) Questo spazio semiotico emancipato da figure totalitarie e omologanti, apre a una semiotica mutante – a una produzione di sapere e di memoria sempre mobile, mai statica e rigida. Non crea, in sostanza, mitologie regressive.

5) Ho avuto l’impressione che la comunità provvisoria nella sua articolazione orizzontale pone un corpus collettivo al modo di un ipertesto. Un’intersecazione di memorie e di eventi che si stratificano a partire dal blog. In sostanza il virtuale è al servizio del reale. E questo, credo, sia il miglior modo di utilizzarlo.

Affiora un’ipotesi: tutte le comunità nate all’insegna di questa inattualità, che praticano deliberatamente forme di anacronismo, sono delle resistenza o forme di disaccordo temporale, in quanto non riconducibili ad una temporalità dettata dal mercato e convenzionalmente accettata e veicolata dal mito della comunicazione. Oggi la liquidazione d’ogni prospettiva di futuro, l’abbandono dell’utopia, la rassegnazione di fronte alla restaurazione liberale, rappresentano fattori decisivi della crisi del presente, e implicitamente della crisi del tempo come rappresentazione collettiva.

Un caro saluto

Marcello Faletra

6 pensieri riguardo “….riprendiamo i nostri discorsi comunitari ?

  1. C’è una particolarità della modernità che spesso nei tuoi articoli individui come problema. La capacità di connettere, per esempio attraverso il connettore universale che è internet, esperienze diverse in giro per il mondo facendo sintesi. Un esempio, a mio parere di interesse anche per gli scopi di questo blog, è quello del movimento delle Città di Transizione. Movimento nato in Inghilterra nel 2006 e poi diffusosi progressivamente in tutto il mondo. Un movimento che nasce dall’analisi di fenomeni contemporanei come il picco del petrolio ed il riscaldamento globale ma che arriva a teorizzare e praticare una progressiva uscita da questo modello di sviluppo attraverso l’azione territoriale, città per città, paese per paese, appunto di transizione. Se non conosci questo movimento ti consiglio di informarti perche potrebbe dare un respiro globale al lavoro che fai sul tuo territorio.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_di_Transizione

  2. La terra è incinta, lo dico sempre io. E, poi stiamo parlando di “uomini e donne intere”. Uaoo Mercuzio il mio angioletto custode si trasformando sempre più in clown: padre e madre di noi stessi. Vedo che dopo la crocifissione sul calvario di Aquilonia, la comunità respira una “transizione” epocale.

    State tranquilli lo so che mi sono venduto la moto del tempo, adesso sto costruendo solo scale per andare sulla luna e raccogliere di la un po di polvere di stelle, per fare qualche magia gentile.

    Ciao Mercuzio ci vediamo nella grotta ad ammirare nella serata bianca, prima che parti per andare alla ricerca anche tu della tua cherubina Edda.

    Insomma più che virtuale o orizzontale unificherei il servizio al reale. Metterei l’utopia, il sogno, l’immaginazione al centro del nostro percorso didattico e ludico e si basta con la seriosità, adesso si fal sul serio bisogna “giocare”.

    Gli strumenti didadici della “squola di clown” saranno l’utopia del gioco nella terra degli ossari.

  3. Carissimo Mercuzio , angelo mio,
    rimetto qui uno stralcio di un post su girodivite.it
    IO SONO, TE!

    “Possiamo comprendere che una politica può essere la psichiatria in grande scala. In questo senso una comunità come la nostra non può che essere una comunità di persone responsabili, a differenza della massa che resta la somma di esseri spersonalizzati. In questo senso fare “scuola” oggi diventa pericoloso ed oggi anche scrivere libri può essere pericoloso. Specialmente se una scuola che pensa di fare un nuovo umanesimo delle montagne o insegnare le origini celtiche e razziali, quando ci sarebbe bisogno semplicemente cambiare atteggiamento.

    I punti che ci spingono verso un processo di “massificazione” sono gli “slogan” ed in questo caso abbiamo ottimi esempi in Italia. Abbiamo molti maestri avendo anche a disposizione gli strumenti necessari. Ora possiamo noi demonizzare questi maestri della comunicazione se poi alla fine utilizziamo nel nostro piccolo gli stessi “slogan” e “strumenti”? La stessa politica oggi è un sintomo della stessa nostra malattia e ciò che è un sintomo non può essere la terapia.

    E allora, come la mettiamo?

    Nelle nostre Comunità di clown o provvisoria che sia ci chiediamo se l’arte, la bellezza, la paesologia, la scrittura, la poesia, il sorriso, da soli possono bastare, non potendo tollerare alcun programma politico, a meno che le stesse idee politiche dell’artista vuoi che sia clown o altro non siano fedeli alla sua ispirazione artistica, ed invece si lascia trasportare dai vortici della stessa, anche se resta fedele, alla sua condizione umana.

    Ora ci chiediamo: si è capaci di vivere come si scrive o come si dipinge?

    Qual è il senso di nuovo umanesimo “delle montagne” e che centrano “le montagne” con gli umani? Se ci riferiamo al simbolo del paradiso siamo certamente lontani e per questo crediamo che sia necessario “disumanizzare le montagne” o semplicemente “umanizzare” l’uomo, o meglio ancora superare l’umanesimo e l’umanità per andare l’uomo come immagine di un dio che è morto. L’uomo può andare oltre “se”? (non è un errore è un “se” non convinto ma semplicemente “congiunzione”).

    Inoltre la stessa filosofia se pur capace di “diagnosticare le malattie” a volte da sola non le può guarire. E, ci chiediamo se ora non sia il caso di adottare una terapia dell’ “ esprit du siecle”. Neppure all’arte si può chiedere di fare cose belle o abbellire una realtà perché nel corso degli ultimi decenni abbiamo anche visto come l’uomo e la stessa arte sia capace di orientare e produrre “slogan” e “strumenti” di propaganda per altri fini e scopi.”……

    …..”Non serve, per questo, essere umili, ma serve, c’è necessita di essere grandi, al di sopra delle nostre possibilità e pensare più al diluvio universale, che alla bomba atomica, perchè sarà la terra a ribellarsi all’uomo. Ciò non significa pensare nelle forme fataliste nel fare le cose, che non hanno nessun valore nessun senso se non avere tempi corti e non lunghi. In questo senso andrebbe approfondita anche una riflessione sul concetto di provvisorietà della vita che è fatta non solo di aspetti biologici, ma fondamentalmente di azioni, di scelte e queste restano in eterno.

    Ecco spero che la nostra comunità: libertaria, provvisoria, virtuale, di clown, di sognatori pratici, paesologica o umanologica – insomma la possiamo chiamare come vogliamo – pensino di più a quello che ogni individuo, ogni comunitario possa “essere” per contribuire davvero a realizzare quell’uomo che si riconosca nei valori creativi dell’arte, delle esperienze tutte ma che resta libero (in ogni caso) nella realizzazione dei valori di atteggiamento, libero da ogni condizionamento e da ogni influsso emotivo ambientale, questo credo che farà la differenza dell’uomo nel XXI secolo.”……..

    Per chi i vuole avventurarsi nella lettura intera del post ed ha tempo, puo linkare qui:
    http://www.girodivite.it/Io-sono-te.html

  4. PRECISAZIONE SULL’USO DELLA PAROLA : “esprit du siecle”

    Un filosofo che non ricordo come si chiama diceva che la crisi della democrazia rappresentativa s’è manifestata proprio nel momento in cui essa ha trionfava. Una delle date per lui simbolica erano il 1944 e la caduta del muro di Berlino. Insomma la crisi della democrazia rappresentativa è priva di credibili alternative.

    Se ciò lo leggiamo nel contesto attuale allora dovemmo reinterpretare tutta la storia attraverso una retrospettiva delle catastrofi del XX secolo
    In questo senso quando mi riferisco alla esigenza di una nuova “esprit du siecle” non lo faccio assolutamente con riferimento alla storia precedente, ma come “nuova esigenza” che riprende e reinterpreti la storia nel contesto degli ultimi eventi locali e mondiali.

    Un concetto di spirito che dovrebbe essere ripreso e reinterpretato quindi.
    Il concetto che la nostra comunità provvisoria dovrebbe “meglio” sviluppare ed approfondire è proprio il concetto di “democrazia”. Qui sinceramente mi vengono molti dubbi sulla capacità che ha avuto la nostra comunità provvisoria di produrre fattori di democrazia a partire dal suo interno.

    Nel processo di “rifondazione” a me piace di più utilizzare il termine “ricreazione” non bisognerebbe parlare di pluri-fondazione e dunque di una co-simbolizzazione ma della capacit di realizzare “cerchi della parola” nei quali tutti possano esprimere la loro opinione senza essere giudicati. Il processo di condivisione assumerebbe così un senso di ricerca di nuova maieutica per ritrovare lo “spirito comune del nuovo secolo” superando il passato.

    Non abbiamo alternative a questa modalità ‘d’azione se pensiamo di costruire il nuovo, altrimenti siamo costretti a rivivere il passato.

    Risimbolizzare il nostro “se” significa pre me provare ad investire in una prospettiva di vita buona, una vita mediatrice tra me e gli altri che non tradica mai i miei sentimenti. Se volete una nuova strategia damore.
    In questo senso la parola spirito (esprit), privata del suo iniziale catastrofismo e del sovraccarico rivoluzionario, conserva la sua funzione e ritrova una nuova possibilità.

    Tutti noi ultimamente siamo stati sul calvario, chi croecifisso chi salvato. Dopo la morte di Dio, dei politici o Re illuminati, dei filosofi, dei poeti e dei clown (per fortuna dico) è forse venuto il tempo per il contributo degli “spirituali”, tutti nessuno escluso, per ricreare una sinergia di valori condiviso delle umanità, con tutti gli apparati: parlamentari, teologici ecc nel quadro di una laicità aperta.

    Ecco la nostra comunità in questo senso provvisoria dovrebbe volare alto per essere tutti insieme co-fondatori, per quanto ancora ognuno di noi può restare o diventare.

    Cambiare il mondo per me significa cambiare me stesso. Chi ha il coraggio di fare questa rivoluzione?

    Nel frattempo ho dismesso la moto e mi sto costrendo le ali ….. voglio essere un angelo anch’io come Mercuzio.

    Domani vado a fare prove di volo, pero che mi insegni a volare.

  5. RINVIATO IL VOLO DEGLI ANGELI:
    L’Aeoroporto di Grottaminarda (AV) è chiuso per motivi di siucurezza: a far scattare la chiusura dello scalo aeroangiolesco di Grottaminarda è stata la successiva comparsa di una riflettività sconosciuta sui radar dell’aeroporto, cosa che ha fatto scattare le procedure di sicurezza, con blocco immediato dei voli e delle procedure di imbarco. I voli sono dirottati verso gli aeroporti limitrofi: Costa Divina Amalfitana – Salerno e del Capochinato di San Gennaro a Napoli.

    Sperimo che la tempesta di riflettività sconociuta passi presto. Ci scusiamo per il disagio provocato agli angeli di passaggio.

    la direzione dell’aeroportoangiolesco di grotta,

    avviso n. 123352184541154464156548645514614643115644656484444415312323112321132123123123184313481515456465464561456456454564564564545645645654656456456456456456456456456456456471258825875522222224777777

  6. Mio caro angelo Mercuzio,
    spero che un giorno mi insegni a volare.
    E nel frattempo dato che tu sei un angelo
    e le tue conoscenze sono infinite, e consierato che io non ho ancora imparato e non ho avuto insegnanti per ciò che non si è ascoltato che è come se fosse stato ascoltato, ciò che non si è pensato è come se fosse stato pensato,
    ciò che non si è conosciuto è come se fosse stato conosciuto, ti chiedo la prossima volta di insegnarmelo.

    Lo so come clown che questa cosa esiste e funziona ed a volte l’ho sperimentata, nei mie viaggi ai confini del mio mondo, ma un simile insegnamento neppure mio padre me l’ha saputo dare e pure lui andava molto in giro e conosceva un sacco di persone, faceva l’autsita di camion.

    Un giorno Lui mi disse una cosa che ancora oggi non ho capito:

    “caro figliolo, mi sai dire che cos’è un pezzo d’argilla?
    Io gli risposi: “ un pezzo di argilla!”.

    E lui: “è come se da un pezzo di argilla si
    conoscesse tutto ciò che è fatto di argilla, annulando tutte le
    diverse modificazioni che non rappresenterebbero null’altro
    che distinzioni di nome e di linguaggio riguardanti una sola realtà:l’argilla.

    Vedi figliolo mio (aggiunse) ciò significa che la varietà e la pluralità degli
    oggetti dell’esperienza è soltanto un travestimento della
    realtà unitaria che è alla loro base”.

    E poi in fine aggiunse una cosa che forse ho compreso solo ultimamente da quando faccio il clown: “Questa sottile essenza anima tutte le cose;
    essa è l’unica realtà, e quello sei tu”.

    Ma allora io sono argilla? Io sono , Te?

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