Un paese tagliato: Carapelle Calvisio

Carapelle Calvisio / foto di Lorenzo Nardis

In un periodo in cui le cronache politiche sono sempre più incentrate sulla “strategia del taglio”, di Province e piccoli Comuni, vorrei scrivere di un piccolo paese “tagliato”. È uno tra i Comuni più piccoli del centro-sud, 96 abitanti per 1448 ettari di estensione, è Carapelle Calvisio. Una domenica mattina di fine estate, dalla piazza principale intitolata a Gabriele D’Annunzio, scendiamo verso il borgo antico. Una cinquantina di metri di piccoli vicoli arroccati sulla costa meridionale del Gran Sasso e ci troviamo la via sbarrata da reti metalliche, catene, lucchetti. L’inizio della zona rossa che nasconde i danni causati dal sisma del 6 aprile 2009. Il 70% degli edifici sono stati valutati inagibili, si sale al 90-95% se si considera il solo centro storico.


Una rete è legata col fildiferro, lo sciogliamo ed entriamo. Il silenzio e il senso di nausea per la vista di tanta devastazione sono interrotti solo dall’incontro con una famiglia. La figlia porta disordinatamente abiti tra le braccia, il padre ed il figlio reggono a fatica un frigorifero. Il recupero della propria memoria e dei propri averi non è ancora finito a 30 mesi di distanza. Il resto sono erbacce, squittii di topi, pietre e tegole, mura a picco sulle nostre teste e crepe profonde una mano. Pochissimi sono i puntellamenti, come ci dirà il Sindaco, è stata una scelta sensata, si è evitato di sperperare soldi pubblici per strutture che hanno continuo bisogno di manutenzione, che prima della ricostruzione devono essere tolte con una spesa di denaro aggiuntiva e poiché qui sono determinati a ripartire velocemente, quel denaro potrà essere utilizzato per la ricostruzione.
Torniamo nella parte abitata. Non c’è anima viva. Dalle finestre si sentono i televisori sintonizzati sul Gran Premio di Monza. Con l’auto prendiamo la strada per il Santuario di San Pancrazio, patrono del paese. Dista pochi chilometri. Si staglia su una collina a picco sulla Valle del Tirino, ulivi e montagne tutto intorno. È una struttura solida dei primi del ‘900, al suo fianco sorgono i ruderi dell’eremo del XVIII sec.
Torniamo a Carapelle, nel tardo pomeriggio, alcuni uomini chiacchierano all’ombra davanti al circolo ricreativo. Tra di loro c’è il Sindaco Domenico Di Cesare, con il quale, dopo qualche screzio sorridente (ricordo che abbiamo violato la zona rossa rischiando una multa salata e l’osso del collo), riusciamo a parlare della situazione del paese, dei danni del terremoto, delle sue scelte per la ricostruzione, di progetti futuri e sviluppo locale. La sua determinazione è ammirevole. Ci guarda fisso negli occhi, ha le idee chiare e i signori lì presenti mostrano un sostegno incondizionato.
Il Comune di Carapelle non si affiderà a un’università italiana per il piano di ricostruzione come suggerito dalla Struttura di Missione, preparerà invece un bando e darà l’affido diretto a uno studio professionale. Meglio interloquire personalmente che aspettare un piano calato dall’alto, penso, data la situazione ristagnante in tanti altri paesi aquilani. Parla di normalità il Sindaco. È convinto di riportare Carapelle alla normalità, di riuscire a ricostruire il centro storico, anche se composto al 99% di “seconde case” (per le quali è previsto solo un contributo parziale delle spese di riparazione).
Ha le idee chiare il Sindaco Di Cesare e grande conoscenza del territorio. Sarà la ventesima volta che vengo a Carapelle Calvisio, tra gite della domenica e Feste Messicane organizzate dalla Pro Loco, eppure solo oggi scopro nelle parole del primo cittadino ricchezze inimmaginate. Carapelle verrebbe dal nome di una sacerdotessa della famiglia Calvisia che qui aveva un antico tempio romano dedicato a Venere. Poco fuori le mura del paese si trova la fonte medioevale di San Vittorino, scavata nel terreno per 12 metri, e la Chiesa di San Vittorino, entrambe risalenti al XIII sec. Nel centro storico, oltre decine e decine di piccoli tesori a forma di casa, troviamo Palazzo Piccioli (XII-XVII sec.), tutelato dalla Sovrintendenza ai beni culturali, e la grande Chiesa Parrocchiale della Beata Vergine e di San Vittorio del secolo XIV, in parte restaurata poco tempo prima del sisma.
Il Sindaco poi ci invita a visitare la Chiesa di San Francesco. Non ha subito danni il 6 aprile 2009, ma ha subito la classica sorte di un edificio ecclesiastico, da proprietà del Papato a bene privato, da Chiesa municipalizzata al ritorno tra le braccia della Curia, quella di Sulmona. Gran parte delle pareti sono spoglie, intonacate d’azzurrino, le restanti sfoggiano pregiati quanto trascurati affreschi del ‘400, ‘500 e ‘600. Tra tanta negligenza, due altari ai lati del principale invece risplendono d’incanto, sono stati restaurati, infatti, pochi anni fa. Entriamo nella sagrestia. In uno stanzino adibito a magazzino, il Sindaco ci mostra delle incisioni sulle mura. Sono state fatte dai monaci che qui vivevano. Nelle poche visibili si legge di una grave epidemia di peste nel XIV secolo che decimò la popolazione. Il resto dell’antica storia di Carapelle tace dietro faldoni, armadi, scatoloni, colmi di materiale da catechismo. Sono storie che si occultano a vicenda. Grazie al sopralluogo di esperti dell’Università di Urbino, il signor Di Cesare è venuto a sapere della grande ricchezza in possesso del suo paese. Una ricchezza dispersa nei documenti di carta pecora del 1600, tra le tranquille montagne dell’Abruzzo e nel silenzio colpevole dei media e delle autorità, che celano all’Italia queste piccole ma drammatiche realtà.
Carapelle Calvisio: un paese “tagliato”.

di Alessandro Chiappanuvoli


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Carapelle Calvisio / foto di Lorenzo Nardis



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7 pensieri riguardo “Un paese tagliato: Carapelle Calvisio

  1. sono sempre combattuto dalla duplice funzione della “paesologia”…..la dolcezza leggera del racconto o la durezza dello scavare nelle parole per svelare la traccia ardente nel buio delle falsità,pigriziae,ipocrisie, avarizie dei luoghi comuni conoscitivi e esistenziali…..

  2. La civilissima L’ Aquila a luglio era ancora presidiata dall’esercito, colpiva questo e colpiva l’entità di fondi stanziati per accurate opere provvisionali… si intuisce che la la restituzione del centro storico ai suoi abitanti è molto in là da venire.
    Dispiace molto vederla ibernata, questa è una città bellissima, civitas e natura in un solo colpo d’occhio, la testa e la coda della strada principale (corso vittorio emanuele) è di un verde abbagliante..

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