Le fabbriche del terremoto e il vicolo cieco del sottosviluppo

di Stefano Ventura

La vicenda Irisbus ha ormai valicato i confini provinciali per affacciarsi sui media nazionali, andando ad aggiungersi ad una serie di altre crisi e ripensamenti aziendali tutti ruotanti nell’orbita Fiat. Il fatto che la Irisbus sia una delle fabbriche più grandi della provincia di Avellino e che esistesse dal 1974, ancor prima del disegno di sviluppo industriale del doposisma, costituisce una aggravante non di poco conto.
La letteratura economica è strapiena di libri, saggi e contributi sul progetto di industrializzazione del Mezzogiorno, dagli anni Cinquanta a oggi, con la Cassa per il Mezzogiorno prima e con i contributi dell’Unione Europea poi. Con questo tema, e per esteso, con il tema dello sviluppo del Mezzogiorno e sulla soluzione del problema occupazionale si sono confrontati le più grandi menti dell’economia e dell’intellettualità italiana, non sempre seguiti nei fatti dalla politica e dall’imprenditoria.
Il tema della “fabbrica del terremoto” è al centro della ricerca condotta dall’Osservatorio Permanente sul Doposisma nel 2011. L’Osservatorio, istituito presso la Fondazione Mida, che gestisce le meravigliose Grotte di Pertosa, è diretto da Antonello Caporale e ha come obiettivo l’utilizzo della ricerca applicata per stimolare dibattito e proporre suggestioni e dibattiti pubblici su nuove possibili strade da percorrere. La ricerca di quest’anno è stata  realizzata grazie al contributo dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena e contiene anche un interessante studio sul campo, condotto da una ricercatrice di Antropologia che ha vissuto a Caposele per 7 mesi, su come una comunità terremotata si è ricostruita in 30 anni di ricostruzione.
Nel rapporto del 2011 c’è anche un contributo nel quale si affronta una cronistoria dell’intervento di sviluppo industriale dopo il terremoto e, soprattutto, c’è un censimento aggiornato al giugno 2011 che indaga su quanti addetti sono occupati e quante aziende sono attive oggi nelle 20 aree industriali del Cratere. Il dato sugli occupati, in particolare, dice che oggi siamo al 49% rispetto alla previsione iniziale.
La ricerca si accompagna anche a una serie di proposte; una di queste parla esplicitamente del problema dello squilibrio demografico tra aree metropolitane costiere di Campania e Puglia e ipotizza un nuovo sistema reticolare di mobilità, che rivaluti e dia centralità al trasporto ferroviario, per portare nuovi residenti nelle aree interne e permettere loro di recarsi al lavoro in tempi ragionevoli e senza fare i conti con il traffico urbano dei centri più importanti. Sarebbe questo un modo per mettere a valore tutti i vani costruiti in abbondanza dopo il terremoto e  lasciati vuoti dallo spopolamento delle aree interne, permettendo a giovani famiglie e nuovi residenti di lasciarsi alle spalle il soffocamento della città e apprezzare una qualità della vita diversa e più a misura d’uomo. Così com’è, la situazione mostra una doppia disperazione, quella di chi vive in spazi angusti e in preda all’emergenza continua ( i rifiuti, il traffico, il congestionamento dei servizi, aule scolastiche zeppe) e quella di chi vive la disperazione che deriva dalla solitudine (pochi servizi, scuole che chiudono, pochi trasporti, neanche l’accesso alla rete). L’idea di fondo si trova in continuità e affinità anche con l’idea di ospitare e accogliere i migranti come nuovi residenti, lanciata qualche mese fa quando molti giovani scappavano dal Nord Africa avvolto dalle fiamme delle rivoluzioni contro i regimi.
Bisogna anche registrare alcune storie di successo nel raccontare il disegno di sviluppo delle fabbriche del terremoto. Come ad esempio l’intervento della Ferrero a Balvano e Sant’Angelo dei Lombardi, dove, a parte la richiesta di spostare il sito di collocazione dell’azienda per far lievitare meglio le merendine, i due stabilimenti hanno non solo rispettato le promesse, ma incrementato il numero di occupati. La stessa cosa si è verificata per l’EMA di Morra de Sanctis, che prevede di aumentare ancora i propri occupati nei prossimi anni, oppure con la Desmon, un’azienda che ha la testa a Nusco e altre succursali sparse per il mondo in Turchia, Cina e India.
Di certo ci sono due constatazioni piuttosto evidenti da fare; la scelta dei settori produttivi sui quali investire si è rivelata ben presto sbagliata, con produzioni che non avevano niente a che vedere con il territorio in cui si andavano a inserire, in barba alle preziose indicazioni di Rossi Doria. Inoltre non è mai stato previsto un percorso formativo e di incentivazione alla nascita di una classe imprenditoriale locale, che avesse magari radici nella tradizione e nella storia del territorio (penso, ad esempio, all’artigianato che va scomparendo).
Ci sono, inoltre, dei potenziali settori di interesse per non lasciare inutilizzati capannoni e aree che già hanno danneggiato paesaggi e ambiente; ad esempio collegarle al settore delle energie rinnovabili, che in Campania e Basilicata conosce un buon livello di produzione, ma poche realtà produttive locali e soprattutto del tutto ininfluenti per il territorio in cui agiscono. Oppure investendo su quei settori del ciclo integrato dei rifiuti che mancano del tutto in Campania e che aggravano la gestione complessiva, ad esempio la produzione di concimi dal compostaggio oppure il riciclo di alcuni materiali.
Inoltre è essenziale considerare una delle maggiori frecce disponibili all’arco di questi territori e del Sud in generale, il turismo. Infatti, si calcola che il numero di persone che si muoveranno per motivi turistici diventerà dieci volte maggiore di qua a qualche anno, quando molti cittadini di paesi emergenti e già in forte affermazione (India, Cina, Brasile, ma anche alcuni paesi dell’Est Europa) potranno permettersi di viaggiare e scoprire nuove mete. Per questo ci sono le premesse, ma ci vuole un grande balzo in avanti del marketing territoriale e di infrastrutture e professionalità del settore.
Di certo, come dice l’economista Gianfranco Viesti introducendo la ricerca (Uscire dal vicolo cieco del sottosviluppo è il titolo dell’intervista), il problema del Mezzogiorno non si risolve senza risolvere il problema Italia, e non serve pensare all’uno senza considerare l’altro. Inoltre è ormai diventato impensabile pensare ad alcuni territori senza considerare il contesto globale, e per quanto riguarda il Sud, il resto dell’area mediterranea.

L’indice e la sintesi del rapporto:
http://www.osservatoriosuldoposisma.com/eventi/eventi/la-fabbrica-del-terremoto-il-rapporto-2011-dell-osservatorio
L’editoriale del Mattino:
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=160868



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5 pensieri riguardo “Le fabbriche del terremoto e il vicolo cieco del sottosviluppo

  1. Caro Stefano, come al solito le tue note sono ricche di spunti.
    Pescando nel mezzo, osservo solo che la lezione di Rossi Doria, preziosa per altri versi, qui non è risolutiva o forse, addirittura fuorviante.
    Infatti, in quelle che tu chiami ‘storie di successo’ le produzioni “non hanno niente a che vedere con il territorio”. Massimamente nel caso di EMA (campo aeronautico, hai visto mai?) ma anche Desmon (frigoriferi industriali), singolare esempio di capacità di impresa ‘locale’, esplosa all’incrocio tra cambio generazionale e abbandono dei meccanismi controversi delle coperture politiche. E si potrebbe continuare con gli esempi (Holzbau, strutture in legno lamellare, Novolegno, pannelli MDF).
    Io penso che abbiamo poco studiato, poco capito e poco diffuso i meccanismi di creazione, sviluppo e diffusione della cultura di impresa, che pure hanno agito e agiscono in questo territorio.
    E forse non è un caso che sia dominante l’estrazione ‘umanistica’ della ‘classe dirigente’, i cui riflessi condizionati sono non a caso tarati sul “posto di lavoro” e non sul “contenuto del lavoro”.
    Questo comporta la sostanziale incapacità di capire i fatti e la conseguente impotenza a ragionare dei rimedi.
    Sarebbe interessante se ci fosse un luogo di confronto su questi temi…

  2. per paolo:
    grazie per le tue preziosi annotazioni. in effetti le storie di successo sono poco legate al territorio, ma studiando gli indicatori economici si ha che l’unico settore che ha mantenuto i suoi standard è l’agroalimentare, proprio come diceva Rossi Doria, ,ma questo ha avuto poco a che fare con il doposisma; basti pensare al vino.
    Totalmente d’accordo sul fatto che mancassero le linee guida per la creazione di impresa e per la formazione di una classe imprenditoriale.
    stammi bene e alla prossima.

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