In morte di Steve Jobs

Da leggere, rileggere, meditare, diffondere, discutere in morte di Steve Jobs (da parte di un solido utente Apple):

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241



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13 pensieri riguardo “In morte di Steve Jobs

    1. David, mi sembra veramente spericolato usare la parola “riduttivo” di fronte a una massa di argomentazioni, di confutazioni delle stesse e controdeduzioni come quella linkata sopra il disegno. E una sana critica dell’idolatria credo sia utile soprattutto oggi, quando si dispiega in modo così ampio (costituendo, peraltro, questione ben più preoccupante rispetto alle mie scelte tecnologiche). Io penso sia un atteggiamento rispettoso, se la tua specificazione sulla scelta di tempo voleva riferirsi a questo.

  1. Michele il tuo ritratto mi sembrava troppo fosco( e anche i tag associati!).
    In questi questi giorni tutto il mondo ricorda un uomo morto prematuramente perchè gravemente malato. Un uomo che non ha lasciato il segno solo come capitalista (cattivo) ma che è stato un grande innovatore nel mondo della comunicazione, dell’innovazione, dell’informatica, del cinema, del design ecc…

    Venderei tutta la mia tecnologia per un pomeriggio con Socrate disse una volta Jobs. Penso che Marchionne non direbbe mai una cosa del genere. Forse anche per questo non verrà ricordato.

    Vediamo cosa pubblichi quando se ne andrà il buon bill gates:)

    PS: In cima a quella piramide ci siamo pure noi michele.

  2. Steve Jobs ha cambiato il nostro tempo, o quanto meno ha posto le basi per poter scrivere altre pagine “rivoluzionarie” per così dire. E’ stato uno “sporco” capitalista :può essere; è idolatrato: beh sin dalle caverne l’uomo ha cercato di costruirsi idoli da venerare e “santificare”. Le argomentazione contenute nell’articolo, non si discostano poi tanto dalle descrizioni di alcuni saggi storici che descrivono le condizioni di lavoro , le pressioni psicologiche e gli arricchimenti spropositati dei primi capitalisti inglesi che avviarono la rivoluzione industriale. Oggi siamo impegnati ad avviare una nuova rivoluzione, la rivoluzione energetica, la quarta rivoluzione quella che ci porterà nell’era dell’ambiente. Come tutte le rivoluzioni non sappiamo quanti caduti farà sul campo e non sappiamo nemmeno quanto tempo ci vorrà per raggiungere un nuovo equilibrio che – suppongo – ridisegnerà la figura piramidale del disegno a supporto dell’articolo linkato.
    Steve Jobs , ci ha fornito alcuni degli strumenti e dei mezzi utili a condividere obiettivi e fini.
    Tant’è in morte di Steve Jobs: da parte di un potenziale utente apple che per pigrizia non usa nemmeno linux, risucchiato nel vortice melmoso di microsoft 😉

  3. L’oggetto feticcio (o idolo, in questo caso) non deve distrarre dal lavoro (o dalla realtà) che c’è dietro.
    Solo perché ragioniamo per astrazioni non significa che il mondo sia astratto.

    Buona vita

  4. Non mi appassiona la chiave marxiana.
    Ma di fatto neanch’io ho capito bene i motivi della devozione per Jobs (riposi in pace).
    Un uomo dalle qualità indubbiamente straordinarie, ma mi pare di capire applicate in modo alquanto ‘tradizionale’.
    Stay foolish, state fuori, siate pazzi ha detto agli studenti a stanford. Ma è lui che mi è parso, in definitiva, molto poco propenso a stare fuori… I suoi gadget i-qualcosa stanno dentro una costellazione chiusa, in-contaminata, ed è del tutto assente una visione ‘esodale’, impostata come presupposto e come prospettiva sull’apertura, l’intreccio, il portarsi fuori da sé…
    Non ne capisco di questioni di piattaforme sw, ma a naso, con la sua storia e la sua credibilità, intuisco che poteva lasciare un altro segno.

  5. Parto dal P.S. di David.

    Proprio in cima alla piramide non posso mettermi, però è molto giusto giocare a collocarci nel disegno con realismo. Di primo acchito mi metterei tra il piano terra e il primo piano, in realtà la nostra esistenza sociale ha molte dimensioni, coesistenti tra loro: per certi aspetti sto al piano terra, per altri al primo. Inoltre lavoro nel settore comunicazione di un’azienda pubblica: se diffondo notizie false, inesatte, anche solo parziali, ritagliate sulle esigenze propagandistiche di chi detiene le redini di comando di quell’atto comunicativo, faccio un’incursione al terz’ultimo piano (we fool you); però non va dimenticato che lo faccio in qualità di lavoratore salariato, cioè con il potere reale di un occupante del piano terra. D’altra parte possiedo risorse culturali e competenze relazionali che mi consentono qualche vantaggio relativo, e inoltre dal punto di vista del reddito ho una rete di sicurezza garantita dalla famiglia… ecc ecc.

    Ma il caso personale non è molto interessante. È interessante invece il disegno (che ho preso dalla pagina dell’articolo linkato), per due motivi opposti tra loro. Primo, perché nonostante la metafora della piramide faccia fatica a dare conto oggi di una realtà piuttosto ingarbugliata, la sua crudezza ci ricorda che questo è vero *solo per certi aspetti*, che il mondo cambia ma in qualche sua struttura essenziale si conferma continuamente e anzi può peggiorare, ovvero che c’è sempre una dura base di sperequazione che viene ogni giorno occultata nel discorso pubblico anche per mezzo della paccottiglia del “think different” diffusa dal nostro “grande innovatore”: «costoro [gli idolatri della mela di Steve Jobs che fanno la fila di notte ai cancelli dei nuovi Apple Store, ndr] non sanno niente del connubio di lavoro e morte che sta a monte del marchio che venerano. Nel capitalismo, mettere la maggiore distanza possibile tra “monte” e “valle” è l’operazione ideologica per eccellenza.» (citazione tratta dall’articolo linkato).

    In secondo luogo, il disegno è interessante perché, proprio per il fatto di mostrare con evidenza il suo “marchio di fabbrica” (l’essere stato prodotto nel 1911 in ambienti del sindacalismo operaio statunitense), tiene alta l’attenzione sul tema del rapporto tra realtà storico-sociale e rappresentazione: quest’ultima è sempre e comunque una *narrazione situata*, essendo la realtà un campo di conflitti che scaturiscono da differenziali di potere, ed essendo il piano stesso del simbolico (cioè quello delle rappresentazioni/narrazioni) un campo di conflitti a sua volta. Ogni diverso disegno che potessimo fare sarebbe in conflitto con altre rappresentazioni, e nessuna di queste sarebbe comunque innocente. Questo approccio, che è qualcosa che si avvicina al materialismo, mi pare uno strumento insostituibile per capire dove siamo e progettare eventualmente un cambiamento, anche se oggi meglio di ieri sappiamo che non è lo strumento esclusivo. Solo usando questo strumento possiamo individuare e controllare le “narrazioni tossiche” (Wu Ming 1) dominanti. Mi pare che queste ultime agiscano concretamente, per esempio, nel discorso di David: operano quando semplifica la questione dell’innovazione – che è sempre *anche* un processo sociale – identificandola con un individuo; e operano quando utilizza l’argomento “umanitario”, il quale (oltre a essere ingeneroso, perché postula che l’interlocutore non sarebbe sensibile a una disgrazia umana) alza una nebbia dietro la quale si nasconde l’enorme accumulo di ricchezza e di potere che ha messo quest’uomo in grado di incidere in maniera essenziale sulle vite degli altri esseri umani e persino sui cicli della natura. Tutti i malati di cancro sono uguali ma, orwellianamente, *questo malato di cancro qui è più uguale degli altri*, che è poi il motivo per il quale i piangenti si commuovono per lui e non traggono motivo di rivolta dal fatto che la maggioranza dei milioni di uomini che ogni giorno “muoiono prematuramente perché gravemente malati” muoiono per una malattia strettamente connessa all’interesse di uno come lui, uno che sta più su nella piramide; e del resto schiattano ben prima della diagnosi.

    Questa vorrebbe essere una facile professione di “alterità”? Assolutamente no, sia chiaro. Ancora mi viene in aiuto l’articolo (che, mi permetto di insistere, vale la pena leggere; aggiungo che è del tutto abbordabile, anche se lungo, e che è utile scorrere anche i commenti e soprattutto le precisazioni dell’autore): «Il capitalismo è in ogni momento *contraddizione in processo*. Il capitalismo si affermò liberando soggettività (dai vincoli feudali, da antiche servitù) e al tempo stesso imponendo nuovi assoggettamenti (al tempo disciplinato della fabbrica, alla produzione di plusvalore). Nel capitalismo *tutto* funziona così: il consumo emancipa *e* schiavizza, genera liberazione che è anche nuovo assoggettamento, e il ciclo riparte a un livello più alto. La lotta allora dovrebbe essere questa: far leva sulla liberazione per combattere l’assoggettamento. Moltiplicare le pratiche liberanti e usarle contro le pratiche assoggettanti. Ma questo si può fare solo smettendo di pensare alla tecnologia come forza autonoma e riconoscendo che è plasmata da rapporti di proprietà e produzione, e indirizzata da relazioni di potere e di classe».

    Stare dentro, agire contro.

    P.S.: i tag che ho messo sono le parole essenziali del titolo dell’articolo (“Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple”).

  6. Ho già detto che Jobs ha interpretato il ruolo in modo ‘tradizionale’. La ‘svolta ecologista’ è del 2007 e quindi più che meritevole mi sembra tardiva.
    Quello che però sfugge all’analisi di Wuming e me ne depotenzia il fascino è l’assoluta cecità rispetto al dato biografico.
    Converrai che le persone in carne ed ossa – Jobs, Gates, Zuckerberg, Brin e Page – disvelano un formidabile ascensore sociale, in grado di consentire a quelli del piano terra di salire in cima alla piramide.
    Un sistema così occhiuto e così scientificamente programmato che si risolve ad affidarsi a così ‘perfetti sconosciuti’ occorre spiegazioni meno sbrigative della <>. O no?

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