Oltre il tinello. Per una geografia poetica (appunti)

Il nostro paese è prigioniero della burocrazia. La nostra vita è impaniata nel potere delle carte bollate, delle autocertificazioni esistenziali. La carta di identità è la maschera che lo stato leviatano ha incollato sulle nostre facce di carne, e noi ci siamo accomodati nel “riquadro” come la fototessera spillata sulla carta. I confini ufficiali hanno circoscritto le nostre vite dentro ad uno spazio riparato; in cui si addensano le ansie, i rancori e una vita vissuta con nel sottofondo il basso continuo della paura. Il perimetro di sicurezza ci protegge, facendoci pagare un prezzo troppo caro: una vita senza più sorprese, senza uscite dal seminato, anonima.

La vita autentica, per me, non ha confini, se non quelli che la natura ha tracciato con mari, montagne, fiumi e immensi deserti. Ogni uomo e donna, nel profondo, sono presenze nomadi, che vivono con nel corpo un antico fiume carsico, la cui corrente ci spinge sempre oltre ogni limite geografico. Siamo custodi di una lunga strada piena di passi e di cadute, che conserviamo scolpiti nella grotta di nervi più antica del nostro cranio. Non possiamo permettere ad una carta geografica colorata di soffocare questo segreto ancestrale. Siamo “esseri confinanti”, siamo noi il confine; il luogo carnale attraversato dalle rotte migratorie; dai migranti, che trovano in noi la fonte per calmare la sete e la fame, ripararsi dai barbari.

Ogni migrante porta dentro di se la somma di secoli di sopravvivenze. E’ portatore di una forza che rompe i confini , le celle culturali. Va accolto per il suo essere uno o una qualsiasi (quodlibet), nel desiderio di attraversare il mondo come un punto interrogativo, un incognita. Se esiste un “diritto” autentico (non scritto) è proprio quello di consentire il passaggio (la sosta) al migrante in quanto sconosciuto, punto di domanda. Uno spirito aperto, non un passaporto da chiudere dopo una timbrata.

Il compito di noi moderni è quello di tracciare il nostro “meridiano” (Celan). Una geografia dell’anima, in cui la poesia diventa la lampada che illumina la strada; il carro su cui viaggiare; lo scalpello per modellare la roccia con la scrittura febbrile del nostro esserci.

Per fare tutto questo, non bisogna far scivolare l’inquietudine nelle pagine di una cartella clinica, né permettere alla nostalgia di ridursi ad un malanno; l’indignazione ad un emozionale inganno, che sfuma dopo qualche ora.

L’inquietudine, la nostalgia e l’indignazione sono per noi oggi la linfa che riaccende le utopie.

Per quel fervore che sfonda i simulacri, che ci sveglia dall’anestesia; dai nuovi sonno dogmatici, che ci fanno cadere nello spazio domestico delle miserie nichilistiche.

C’è bisogno di una poesia che, dai nostri tinelli, sbalza fuori dalla finestra, attraversa le strade, raggiungendo la vetta delle montagne. Una geografia che si crea osservano la terra che calpestiamo. Sapendo che dietro al nostro andare lasciamo passi, nei cui solchi le genti del futuro potranno trovare un residuo stellare caduto dalle utopie che abbiamo tentato di “sfiorare”!

Il male non abbandonerà mai la terra, sarà sempre pronto ad erompere da qualche poro dell’esistenza. La terra non può essere (non deve essere) disinfettata. Ma noi non possiamo che viverla nel compito poietico del “fare anima”, anche nella penuria, anche nella peste: “lasciamo ai poeti un istante di gioia o perirà il nostro mondo”.

Antonio D’Agostino

Opera di Carlo Mattioli


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14 pensieri riguardo “Oltre il tinello. Per una geografia poetica (appunti)

  1. Una volta per rabbia ho scritto e poi nascosto anche a me stessa:
    la poesia sia maledetta/come la bombola d’ossigeno al capezzale del morente.
    Riapro quel tinello buca antica in cui l’ho ficcata.
    Nessuno abbandona mai la caverna futura remota
    dove iniziò la prima migrazione del pensiero.
    Seguì docile il corpo.Abbastanza facile.
    Sono tornata a vivere nella spelonca, e siamo io
    e tre ossa frammenti.
    Ormai, se esco, è solo per agguati certi e senza ira.
    Ora o mai più.
    (sempre quell’invasata della Brigantessa dalla Terra di Lavoro)

  2. “La poesia ingiunge alla cosa di venire al mondo”, ha detto Hölderlin, e non a caso nel mondo greco la poiesis era parente stretta della techne. La poesia rivela e porta alla luce il significato autentico dell’abitare umano, e in un mondo dove il linguaggio è ridotto a semplice strumento, e la poesia emarginata, è per forza di cose un mondo destinato alla più drammatica sradicatezza, a una condizione di radicale e violenta inabitabilità” (Roberto Carifi – La rosa senza perchè)
    Un mondo in cui ormai “soltanto un Dio ci può salvare” (di nuovo, Heidegger), ed in cui “siamo Sunyata (esperienza di vuoto interiore) in ciascun singolo istante della nostra esistenza” come teorizzato da Masao Abe, esponente della Scuola di Kyoto molto apprezzata da Carifi, “la profondità dell’uomo è la sua pelle” e la poesia rappresenta ancora “un cammino verso l’altro, mossa da un appello (…) Nell’epoca in cui Dio è morto, i poeti sono i soli che portano ancora il lutto”.

  3. “lasciamo ai poeti un istante di gioia o perirà il nostro mondo”………

    ………….”lasciamo ai poeti un istante di gioia e perirà il nostro mondo”.
    la poesia pur essendo parola (logos) non è mai ragionaevole……ama immegrgersi e racconatare il fiume della vita,accoglie la vita che lo avvolge e ne condivide disperatamente e amorevolmente, la caducità,la temporalità, l’esiziale vanitas vanitatum, ama la pietas come essenziale alla sua creaturalità e carnalità (“vivere secondo la carne ” Zambrano)…pronta adecadere con la carne…..non ama il filosofo come professione che confonde la cranalità con la morte e vuole salvare la carne e l’anima lacerata e vivificata dalle passioni e a parole (logoi) si dichiara pronto alla morte come superamento delle soffrenze e del dolore purchè si separi dal corpo ,dall’inganno delle ombre proiettate nella caverna per un improbabile “sole”, falla follia della carne e dalla pazzia della poesia…..
    “Il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa..Ma la penetra a poco a poco, s’insinua al suo interno, s’impadronisce dei suoi segreti e , rendendola trasparente, la spiritualizza .(non il contrario”.La conquista avantaggio dell’uomo, perc hè l’accoglie in sè assorbendola, eliminado l’estraneità.Poesia è, sì,lotta con la carne, relazione intima con essa,che da peccato – la follia del corpo- conduce alla carità.Carità, amore per la carne propria e altrui” Zambrano. La nostra esperienza in contiguità con la poesia che non perde la dimensione del sogno senza inventare favole……restando cosciente del proprio delirio, delle prorie gioie, dei propri dolori e della propria fondante carnalità terranea……..
    ……vi asicuro sono astemio ed odio la chimica……..

    1. Caro Mauro , dovresti scrivere un saggio piu “strettamente filosofico” sui temi paesologici …..
      il mio scritto è solo uno sfogo….

      Un abbraccio

  4. Antonio, pensavo al tinello 50-100 anni fa rispetto ad ora: non è la stessa cosa. Ora è come l’hai descritto (tra l’altro lo si chiama ancora così, o meglio ci sono ancora tinelli e non piuttosto taverne e salotti etc.?): chiusura, esclusione, asocialità etc.; ma una volta era forse il solo angolo vivo della casa (che poi raccoglieva famiglie numerose)…

    1. Caro Ulisse , condivido in parte il tuo pensiero. Era un luogo , il tinello, sempre un po affollato , ma non sempre vissuto bene ;anzi, spesso, di freddezza affettiva…..
      ti invito a scrivere un elegia del tinello : con i suoi lati luminosi , con i suoi lati scuri

      grazie

      1. Basta elegie e commemorazioni funebri, per carità… La la freddezza affettiva, se c’era, era anche fuori dal tinello: anzi penso proprio che esso, quale spazio di stretta condivisione, anche ‘forzata’, portasse naturalmente a dinamiche di confronto (pure aspro, ma sempre meglio dell’indifferenza – che oggi invece vige quale unico parametro comune, nella disgregazione sociale attuale: quella che anche Arminio chiama “solitudine corale” e già Montale chiamò “solitudine di gruppo” e che sfocia nella disperazione solitaria e patologica, invece di farsi spinta collettiva/comunitaria; ma ecco, al posto dell’elegia, sento e vedo che sta rinascendo questa necessità!).

      2. Io sai chi vedo trovarsi oggi a parlare e socializzare ad esempio ai giardinetti, in tutti quei pur asettici e anonimi spazi di socialità pubblica fabbricati ormai in serie in tutte le cittadine dormitorio delle sterminate periferie italiane? Paradossalmente, quelli che chiamiamo “extracomunitari”: loro fanno socialità e ritessono rapporti antichi e sempre presenti, come l’uomo stesso – se solo non si trincera dietro paure che poi, per forza, danno forma ad un mondo di guerra: sia conclamata che latente o occulta.

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