Di luce propria.

Si chiudono i cancelli in questa

Notte in cui un fossile gemmato

Dagli anni si deposita sulla piastra

Di marmo della mia finestra sempre

Aperta sugli annuvolamenti

Per ogni sonno senza rotta

Dove penavo di sola ombra

E disperato annotavo sul muro

Tutti i passi che precedevano

Il frastuono della coda mozzata

Sul muro catramato

La lucertola rantolava nel suo

Vuoto staccato dal reale

Io nel dimesso spazio

Recavo in mano la biro

Per seguire quel corpo calloso

La sua epilessia mattutina

Presso il cavo partorito dal selciato

Dopo un elementare passaggio

Di pioggia fitta di pantano

Restavo indolente nel far dono

Al mio ricovero della mano

Che riapriva la feritoia

Per tanti anni murata cessata

Nel mutismo accudito dai vermi

Oggi la scovo per fare un dono

Di preghiera all’alba

Metto le mani nelle viscere

Di catrame scolato

Dall’ossario degli spettri

Nel pozzo da dove giungono

Le iridescenze vegetali

Che prendono posto nel giardino

Nel dormiveglia tra i gerani

Sotto l’ombra di una fitta nuvola

Fradicia di germi

Un ospizio sospeso di anime

Ricovero torbido per ogni

Infortunio di quiete necessaria

A rompere la veranda impiastrata

Di scorie elementi morti

Di luce propria.

Antonio D’Agostino 

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Quercia di Alexandre Hollan

Permanenza nella notte dopo notte stesso disegno: lasciare il lavoro a tempo … Lo sguardo gira lentamente verso l’invisibile … Lo spazio sta diventando sempre più tattile, in silenzio. La vista si estende come una struttura viva che lascia assorbire tutto ciò che è lì … E quando tutto si adatta a destra, è stata la sensazione di essere nel cuore delle cose. “

Alexandre Hollan



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4 pensieri riguardo “Di luce propria.

  1. c’è il passato e poi il presente da un fotogramma ne sgorga l’ altro. ecco la scelta dell’ immagine? e del commento…? “Permanenza nella notte dopo notte stesso disegno…” stesso luogo. non ci sono altri luoghi per il poeta che se stesso da cui vedere lo sgorgare di permanenze e permeabilità della sua natura al ripetersi delle altrui nature e dei dettagli e delle orbite già calcolate e delle più vaste ancora incomprese. tutta sotto gli occhi – non ci si sposta mai nemmeno nei viaggi più perigliosi – la Cosa fatta di Cose che nasce e muore si ammala si spezza decanta chiama o respinge respira rantola e via e via ancora una listar troppo umana per essere “vera”… e c’è una sofferenza che esala dai versi: ogni oggetto è “schiavo” come tirato da fili incapace di librarsi nell’ essenza ed è come se il poeta stesso ne soffocasse schiavo di ognuno di essi e sì della bellezza di essi parti infinitesimali che ne riverberano l’ entità senza nome senza misura. così almeno leggo e sento io.
    un saluto Antonio e agli ospiti qui.
    paola

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