Comunità per estranei.

meglio dire io perchè si intenda noi che dire noi per far beato l’io” 

 Franco Fortini

 

 

Prendo a pretesto il titolo di un post di Franco Arminio, “comunità per orientarsi”, per avviare una mia piccola riflessione in merito.   La parola comunità oggi sembra avere in sè un qualcosa di “magico”; sembra condensare tutte le “pozioni” utili a riaccendere un fuoco centrale intorno al quale far scaldare le parole, far muovere i discorsi, accentrare le persone. La parola comunità viene usata troppo e a sproposito, con il risultato che il più delle volte suona vuota, sembra un collante che non lega, un camino immaginale che non aggrega, intorno al suo fuoco, nessuno.   E’ troppo facile chiamare in causa una parola quando la realtà ci informa che tutto si è tragicamente liquefatto, frantumato. Siamo un po tutti persi nello straniamento; confinati in un recinto che, prima di essere fisico, è psichico: l’anima è reclusa.   Siamo monadi nel deserto del reale, siamo atomi scollegati nella rete, siamo angeli senza ali. La vita ci insegna questa verità: in ognuno di noi c’è una frattura, un infermitas, un ombra. Prendere atto di questi aspetti è il primo passo per sfiorare l’umano: il “fare anima” (una condizione che non ci è data per eredità genetica, ma che necessità di sacrificio, attenzione, apprendimento).   E’ da sciocchi voler smuovere il mondo solo con la forza delle parole. Ma è altrettanto sciocco pretendere di raddrizzare il “ramo storto”.   C’è una “comunità” fattuale (quella verso cui proviamo nostalgia, lamentando la scomparsa); e una “comunità” ideale (quella che include i nostri fallimenti, in cui proiettiamo desideri, bisogni, narcisismi sani e insani). Alla luce di ciò, l’unica cosa certa è che il “ramo storto” nessuno può pretendere di raddrizzarlo (con l’ideale?).   L’unica possibilità è quella di creare luoghi di sensibilità, di narrazioni, piccole “sacche di resistenza”. C’è bisogno di scambi intimi, affettuosi, tattili; non di velleitarie rivoluzioni ultima conseguenza in ordine di tempo delle famose “passioni tristi”.   La vera “rivoluzione” è l’accettazione del “ramo storto”, dell’ombra che è in me e negli altri. Scambiarsi, quindi , paura e gioia , tristezza e felicità. Non fugare la malinconia, non verniciare la nostalgia per farne altro…. Dare spazio, ascoltare se stessi e l’alto, anche il dolore che, molto spesso, nell’altro non grida, ma che si manifesta con piccoli segni…   Se non c’è una qualche forma di intimità condivisa, non potrà mai esserci una comunità con al centro un fuoco che scalda l’anima.

Antonio D’Agostino



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4 pensieri riguardo “Comunità per estranei.

  1. Condivido molte cose. Questo post l’ho letto in sequenza con il successivo, il reportage di Franco, ove ho postato un commento intimamente legato alla sostanza di questo intervento di Antonio.
    Mi pare che si evidenzino, per altre forme, in altri versi, sostanze simili.

  2. “Se non c’è una qualche forma di intimità condivisa, non potrà mai esserci una comunità con al centro un fuoco che scalda l’anima.” Intimità è parola assai notevole, riguardando qualcosa che ci è familiare. E così “condivisione”. Non a caso dà luogo ad un lemma che si chiama “condivisione di speranze”. Ma davvero non so se “Siamo un po’ tutti persi nello straniamento; confinati in un recinto che, prima di essere fisico, è psichico: l’anima è reclusa.” Non possiamo chiedere a noi stessi più di quanto possiamo chiedere a noi stessi: ciò che siamo: delle persone che stanno in un luogo e quello è, e in un tempo e quello è. E non è certo la rete che ci sposta da quel luogo e da quel tempo. Siamo davanti a uno schermo, ma lo schermo non ci scherma. Chi ci scherma, chi ci ripara, siamo noi stessi a doverlo stabilire.

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