Una casa per la paesologia

di Grazia Coppola
Presidente dell’Associazione Comunità provvisorie

 

 

Noi diciamo in genere la Casa “della” Paesologia.
Una casa “per la” Paesologia aiuta invece a raccontare il percorso… cioè perché le Comunità provvisorie a un certo punto hanno sentito l’esigenza di mettere su casa.

Per raccontare questa storia torno indietro nel tempo, nel 2011, quando mi sono imbattuta nelle parole di Franco Arminio e sono rimasta profondamente colpita dalla sua scrittura, aveva il dono della semplicità, ma non era facile. la facilità è la non difficoltà, la semplicità ha a che fare invece con l’essenzialità, la naturalezza, la mancanza di artificio. Rimasi colpita da un’altra cosa: le sue visioni. Le cose che diceva andavano fuori dal canone secondo il quale un luogo ha visibilità per una ragione turistica o economica. lui diceva sono “irpino d’oriente”, di Bisaccia. Mi portava a mettere a fuoco una porzione di mappa e un luogo che altrimenti non avrei mai visto. Faceva “il verso” alle caratteristiche che rendono un posto di interesse, per esempio diceva vediamoci a Cairano perché lì c’è “il museo dell’aria”, sulla rupe dell’utopia. Stava costruendo una geografia commossa dell’italia interna. Lo conobbi mentre combatteva perché l’altopiano del Formicoso non diventasse una discarica. Mentre si appellava ai servizi minimi che i paesi devono avere: scuole, trasporti, strutture ospedaliere (diceva un infarto a Bisaccia non può valere meno che un infarto a Roma). Arminio parlava dei paesi dell’Italia interna non come qualcosa di dismesso e archiviato, come il presepe caratteristico, dava un futuro a questi paesi.

Ma Arminio mi colpì anche per un altro aspetto: la comunità. Lui irpino che aveva vissuto il terremoto dell’80, la notte del dolore, del lutto, della tragedia, lo vedi tra le righe dei suoi scritti aggirarsi e gli piace una cosa – è quasi paradossale una gioia in quel momento – vede che gli uomini sono uniti, affratellati. Questa è una cosa che ritrovo nei suoi scritti, il domandarsi perché bisogna arrivare a situazioni limite di dolore o di gioia per sentirsi insieme agli altri? Non è solo una questione sentimentale, è socialmente un aspetto determinante, perché stare insieme significa anche fare muro comune quando serve difendere i propri diritti. Per me la dimensione sociale e politica è fondamentale, ho fatto i miei studi, il mio percorso universitario su questo. Allora leggo Franco e resto folgorata, come sempre ci sono le parole chiave di Arminio, dice siamo nell’epoca dell’”autismo corale”, siamo tutti nello stesso spazio, ma in modo autistico.

E non fa solo “chiacchiere”, esce dai testi e prova a sperimentare. Io aderisco ai suoi appelli di raduni in Irpinia e mi trovo nella Comunità provvisoria. Che cos’è? È l’insieme di persone che si trova in un determinato momento in un posto a condividere uno spazio e un tempo. Le persone che ne fanno parte le fanno avere una postura piuttosto che un’altra.

Inizio così a partecipare agli incontri e mi piace, mi interessa, la mia visuale è su questo esperimento irpino, ma intanto Franco va in giro in italia, pubblica, fa gli incontri, le scuole di paesologia. Parallelamente si creano altre comunità provvisorie.

La svolta è l’anno dopo, il festival di Aliano riunisce per la prima volta persone che da varie parti d’Italia raggiungono la Basilicata, si dividono ore con un ritmo serrato giorno/notte…pieno di emozioni. Ci si incontra, si intrecciano i racconti. Il primo anno è di conoscenza il secondo ci si ritrova, con le dovute novità e così via… diventa un appuntamento imprescindibile, dal quale si va via sempre più a fatica. gli incontri continuano durante l’anno tra piccoli gruppi di qua e di là sporadicamente, ma non si riesce a coprire quella che si sta delineando come un’esigenza di continuità. Nel 2014 è il quarto anno di festival se si conta l’edizione zero del 2011. Andiamo via felici ma con un senso di vuoto, sentiamo che è stretta l’idea di rivederci dopo un anno.

Un giorno di settembre ne parliamo a telefono io e Franco, che si fa adesso? Franco qualche anno prima nei raduni aveva lanciato l’idea di comprare una casa insieme, una di quelle case che nei paesi costano poco. La cosa sembra avere adesioni, ma sfuma. Al telefono quel giorno ripesco l’idea (c’era anche il fatto che ad Aliano avevamo vissuto “la casa dell’americano” e parlato della possibilità di una comune) così siamo lì a telefono, dico … Franco, forse l’errore stava nel pensare di comprarla, la proprietà il più delle volte divide non unisce, affittiamo una casa in gruppo, durante l’anno ci incontriamo là.

A fine Ottobre fondavamo l’associazione “Comunità provvisorie”, l’otto dicembre di quell’anno festeggiavamo l’apertura della Casa della Paesologia a Trevico, la prima sede, ora siamo a Bisaccia. La casa non è uno spazio neutro, dentro si stabiliscono dinamiche relazionali diverse dagli incontri sporadici e in esterni. E poi “nel museo delle porte chiuse” che non manca in ognuno dei paesi della paesologia, aprire una porta è un gesto significativo. Cominciano i raduni comunitari in vari momenti dell’anno. Cominciano anche le residenze autonome: artisti, geografi, film maker, musicisti, studenti universitari, diventa tappa di chi passa si ferma.

Ma la casa non è solo la costruzione in via Tamigi 1, è la rete di persone che si riconoscono abitanti di questo spazio. Mentre un festival è necessariamente caratterizzato da un intervallo temporale, dal-al, sebbene poi il lavoro continui, la casa c’è sempre, sta là. Se uno vuole bussare alla porta materiale, oppure a quella virtuale in rete, la casa c’è.
I festival della paesologia sono una delle forme che prende questa parola, accendono le luci (non del presepe, ma) della presenza di un luogo, della sua volontà di dire esisto e voglio guardare al futuro.

 



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