Marginalità, Meridionalismo, Progetti di comunità
di Antonio Monaco
Nel 2023 si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Rocco Scotellaro: un’occasione importante per riflettere sul destino dei territori lucani coinvolti in quel processo storico noto come Questione Meridionale e maturare finalmente una consapevolezza nuova sulle dinamiche sociali, economiche e culturali che sono alla base del passato ma anche del presente di questi nostri luoghi.
Rocco Scotellaro nasce a Tricarico nel 1923 e diventa presto uno dei maggiori protagonisti di quel Meridionalismo autentico, vissuto in prima persona, capace di dar voce alle speranze e alla sete di giustizia sociale che le classi contadine del Sud rivendicavano da secoli.
Scotellaro viene eletto sindaco di Tricarico nel 1946 tra le fila del Partito Socialista e a soli 23 anni scrive una pagina nobile ed avanzata della storia lucana, subendo per questo la “vendetta politica” dei suoi oppositori che, con accuse false, lo costringono al carcere nel 1950.
Dopo circa due mesi di detenzione Scotellaro viene prosciolto e scarcerato ma per via della dura esperienza umana si dimette da sindaco e lascia Tricarico.
Questo è il trattamento che spesso si riserva ai puri di cuore, ai fratelli dall’intelletto fine e generoso.
“Il fatto è, caro Rocco, che a vincere e cambiare questa dannata condizione umana dei contadini che ha millenni dietro di sé, occorre molto più che lo sforzo di pochi anni o di pochi miliardi. E quando si chiude una fase e tutto tende a ritornare come prima, bisogna avere il coraggio di ricominciare, anche dieci, anche cento volte. È ben vero che il lavoro non si può e non si deve fare al di fuori dei contadini, ma coi contadini. E la vera maledizione di quella miserabile nostra riforma è che l’abbiamo voluta fare senza i contadini. Ma il lavoro, non è principalmente di sovvertimento, ma di costruzione..”
Così scriveva nel dicembre 1952 nella lettera indirizzata a Rocco Scotellaro – pochi mesi prima che questi morisse a soli 30 anni – il suo amico e compagno di partito Manlio Rossi-Doria, economista agrario, promotore instancabile delle riforme per lo sviluppo economico e culturale delle regioni del Mezzogiorno, lo stesso che realizzò la prefazione e curò l’edizione del libro postumo di Scotellaro, Contadini del Sud, pubblicato da Laterza nel 1954.
Manlio Rossi-Doria condivideva con Scotellaro l’adesione morale, il senso di appartenenza al destino del Sud e a quel mondo agricolo al quale si era votato già nel 1924 quando a 19 anni lasciò Roma per iscriversi alla Facoltà di Scienze Agrarie dell’Istituto superiore di agricoltura di Portici.
Gli anni di Portici come studente e poi come borsista sono per Rossi-Doria gli anni dell’antifascismo militante che gli costeranno l’arresto nel 1930 e poi il confino in Basilicata dal giugno del 1940 al luglio del 1943.
Nel giugno 1940 Manlio Rossi-Doria viene condotto a San Fele dove lo raggiunge la moglie Irene e la figlia Anna; sarà poi destinato a Melfi dove nascerà la loro seconda figlia Marina e ancora ad Avigliano fino alla caduta del fascismo nel luglio 1943.
Di questi anni da confinato in Basilicata Manlio Rossi Doria dirà: “sono stati uno dei periodi più belli della mia vita: la vita di paese con i contadini e i pochi confinati… con la speranza crescente della fine del fascismo, con un intenso lavoro intellettuale… è stata, infatti, una vita piena”.
Verranno poi gli anni in cui Rossi-Doria si spenderà per la Riforma Agraria; gli anni dell’impegno politico; dello sconforto di fronte allo strapotere delle lobbies e dell’opacità dei tecnici e della burocrazia che offuscano gli sforzi per un’onesta ed intelligente allocazione dei fondi del Piano Marshall e della Cassa del Mezzogiorno; la cattedra all’Università di Portici come punto fermo della sua vita; seguiranno i periodi di lavoro e di ricerca all’estero negli Stati Uniti, in Messico, in Brasile; l’impegno continuo per il Sud attraverso un lavoro di relazioni personali e politiche, la serietà delle pubblicazioni, la coerenza dei piani di bonifica e di trasformazione fondiaria avviati nella valle dell’Ofanto, nel Metapontino, ad Avigliano – tanto per rimanere nel perimetro geografico della nostra Lucania.

Lo sguardo interpretativo di Rossi-Doria, le sue critiche agli esiti sfavorevoli delle politiche agrarie per il Sud e alle modalità di investimento predatorio a discapito delle risorse ambientali – facilitate da un opaco sistema legislativo e da elefantiache strutture dello Stato incapaci di assolvere fino in fondo al compito di tutela dei beni culturali, naturalistici e paesaggistici – ci inducono a riflettere e a constatare la validità metodologica delle sue proposte che forniscono ancora oggi un modello di lettura della realtà e di programmazione degli interventi necessari a risollevare le sorti dei comuni e delle regioni del Sud.
È inutile quindi perdersi in interminabili riletture storiografiche che riducono la Questione Meridionale a feticcio buono per consumare le energie dei singoli su dissidi insuperabili e trascinare le comunità sul terreno della polemica sterile che rimanda all’infinito le scelte programmatiche e le azioni di intervento sul territorio.
Scriveva Rossi-Doria a Guido Dorso nel novembre del 1944: “Qualche volta ho l’impressione che nessuno lavori, che tutti aspettino per lavorare: chi dovrebbe costruire aspetta per costruire, chi dovrebbe far politica aspetta a farla, chi dovrebbe governare aspetta per governare. Ho l’impressione che a lavorare, veramente, oggi in questa Italia liberata, non ci sia che la gente del mercato nero, le puttane e i contadini, oltre ai preti e alla gente che ha da salvare le sue vecchie posizioni guadagnate negli anni andati. Gli altri aspettano..”.
Oggi il Comune di San Fele, che nel 1940 ha avuto in sorte di ospitare nel suo centro storico, poco sotto Piazza Garibaldi, il soggiorno obbligato di Manlio Rossi-Doria relegato al confino per volere del regime fascista, gode di un’eredità importante che da sola basterebbe a stabilire la direzione verso cui orientare l’impegno pubblico, i criteri ispiratori delle azioni a favore del territorio e le appartenenze storiche e culturali sulle quali costruire nuove sinergie tra Comuni(tà).
Il fatto di aver ospitato nel proprio territorio comunale Manlio Rossi-Doria, uno dei più importanti Meridionalisti, economista, politico e studioso di fama mondiale, elegge San Fele, Melfi e Avigliano a luoghi-simbolo del Meridionalismo al pari di Tricarico e di Aliano, culle dell’impegno politico e del pensiero vasto di Rocco Scotellaro e di Carlo Levi.
Di fronte al fenomeno inarrestabile dello spopolamento, dell’emigrazione, della rarefazione sociale e produttiva, dell’abbandono della terra e della modificazione del paesaggio, della rinaturalizzazione incontrollata e della perdita dei valori antropici che osserviamo a San Fele e nelle aree interne e montane della Basilicata – nei “territori dell’osso” avrebbe detto Manlio Rossi-Doria – bisognerebbe uscire dalla pozzanghera dei tatticismi che ingabbiano il presente e il futuro delle comunità e suonare in maniera ispirata l’adunata per i membri attivi delle varie Comuni(tà) affinché avviino una collaborazione sentita ed onesta al servizio della Cosa Pubblica al fine di ricucire gli strappi profondi che affliggono questi nostri luoghi.
Così Manlio Rossi-Doria in una lettera a Nuto Revelli del marzo 1977: “È mia convinzione… che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dalla «industrializzazione selvaggia e caotica», la nostalgia oscura di quel che hanno perduto possa – non dico in tutti, ma in molti – trasformarsi in interessamento fors’anche in partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo della contrada, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per il tuo Piemonte – come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria – se non si possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove sono nati”.
Il futuro dei piccoli comuni relegati in un ruolo marginale, di periferia diffusa rispetto ai “territori della polpa” – per usare ancora un’espressione di Rossi-Doria – si gioca sulla scommessa della democrazia partecipata messa in campo da cittadini pronti e motivati ad impegnarsi in progetti di ri-territorializzazione incentrati sulla cura dei Beni Comuni.
Non è più tempo di delegare alla sola politica rappresentativa il compito di amministrare e decidere le questioni che riguardano la collettività; occorre che le scelte di interesse pubblico vengano prese collegialmente da tutti i membri della comunità ed è compito di ciascun cittadino favorire un clima di dialogo per avanzare nel percorso democratico.
Si esce dalla marginalità praticando l’impegno civico, mediante l’educazione alla cura dei Beni Comuni, attraverso la responsabilità diffusa, la coesione sociale ed il valore della comunità, ovvero adottando comportamenti sociali volti alla realizzazione di progetti buoni per la collettività.
È lo stesso Rossi-Doria nei suoi scritti a richiamare l’attenzione sul sapere cosa fare per i territori e sul come farlo innanzitutto attraverso l’impegno civile riconosciuto quale valore primario su cui costruire il futuro delle comunità.
Nella lettera a Scotellaro del luglio 1948, Rossi-Doria scrive: “Anch’io sono come te: ho profonda fiducia d’un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo. Ma, sai, una ribellione fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente che alla fine ce la deve fare a riuscire. È in questo senso che ho impostato tutta la mia vita. Dalla politica per ora mi sono ritirato e faccio la mia politica del mestiere: è uno sforzo lento e lungo”.

E allora come si dà una forma all’impegno civile se non attraverso un Progetto di Comunità che tracci un nuovo inizio per San Fele?
A tale scopo dovrebbe assumere un ruolo centrale la Pro Loco nella sua terzietà rispetto alle forme partitiche; la sua sede potrebbe ospitare il confronto tra i cittadini, favorire lo scambio di idee e le visioni di lungo e breve periodo; nella Pro Loco dovrebbero darsi appuntamento tutti quelli che hanno a cuore San Fele per chiarire i termini entro cui impostare le azioni di rigenerazione urbana, tutela e valorizzazione del territorio in una forte e stabile sinergia tra paese e campagna.
Una traccia dalla quale partire per avanzare proposte di intervento a favore dei Beni Comuni sull’intero territorio Sanfelese potrebbe scaturire dai seguenti temi:
- Decoro urbano e cura del verde pubblico.
- Disegno e valorizzazione del paesaggio rurale.
- Restauro/rifacimento “dë rë Ttuàrë”.
- Restauro/rifacimento delle fontane in pietra presenti sull’intero territorio comunale.
- Gemellaggio con i Comuni lucani che hanno ospitato importanti Meridionalisti.
Sarebbe opportuno avviare fin da subito scambi di saperi e di buone pratiche fra i cittadini, le Associazioni Sanfelesi attive sul territorio comunale, nazionale ed estero, le attività commerciali e gli studi professionali cercando sempre quel valore aggiunto insito nell’apertura, nel dialogo e nel confronto con le realtà esterne già avanzate su queste tematiche ed avviare finalmente un Progetto di Comunità pensato per il territorio Sanfelese che si avvalga della partecipazione di tutti i cittadini, di tutte le età.
La qualità delle proposte, l’attenzione verso i temi più sensibili della contemporaneità, la valorizzazione dell’eredità culturale locale dovranno orientare le scelte operative e l’atteggiamento di ciascuno affinché si possa dare inizio ad un percorso di inclusione sociale e di rilancio consapevole della realtà locale alla quale ognuno sente di appartenere.
Un Progetto di Comunità ha il compito di unire, di superare divisioni e personalismi, è un esercizio di ascolto partecipe, di parola non urlata e non imposta, è un passo in avanti verso l’etica pubblica, il senso civico, l’aiuto e la fratellanza fra gli uomini, è un ambito di confronto e di apertura, è un’occasione di apprendimento reciproco, di crescita individuale e collettiva, è un’opportunità concreta per rimettere al centro della vita pubblica la vicinanza ed il dialogo interpersonale e superare l’isolamento imposto dalla tecnica e dalle aridità culturali del modello socio-economico
contemporaneo.
In un’epoca come questa, caratterizzata da trasformazioni rapide e radicali, una Comunità impegnata in attività di tutela e valorizzazione del proprio patrimonio materiale e immateriale esprime una chiara coscienza di luogo che reagisce alla condizione di marginalità delle aree interne investendo sulla qualità dei luoghi per renderli più vivibili, vivaci ed attrattivi con ricadute positive sia in termini di qualità della vita che di inedite opportunità di lavoro tanto per chi vive a San Fele 365 giorni l’anno
quanto per coloro che sceglieranno di spendere in questo nostro paese parte del proprio tempo.

Foto di Antonio Monaco
