Tre volte Ofanto

Verso una coscienza di luogo


di Antonio Monaco

Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Queste le domande che il viandante protagonista del libro di Vinicio Capossela, Il paese dei coppoloni, si sente rivolgere durante il suo cammino alla ricerca dei “siensi” nelle terre dei padri, tra i paesi dell’Ofanto.

In queste geografie si muove anche Franco Arminio, poeta dell’orlo, in testa al corteo delle comunità provvisorie amanti della poesia, della musica e della macchina fotografica alla ricerca del genio dei luoghi nascosto nell’aria, nelle pietre, nelle crepe dei muri, tra i fili d’erba, nell’incedere delle lumache. Quella di Arminio è una processione minima che avanza in punta di piedi attraverso il vuoto, un vuoto fatto di cose, di nomi, di assenze, di storie e di amori perduti nel fiume del tempo che sfocia in un mare lontano proprio come fa l’Ofanto che non porta indietro niente perché tutto scorre, tutto passa.

La cronaca di questi attraversamenti fotografici nei paesi di Andretta, San Fele, Castelnuovo di Conza, Accadia – sul confine tra Campania, Basilicata e Puglia – è confluita poi in Visioni dalla terra dell’osso, il primo libro fotografico realizzato dai fotografi della Casa della Paesologia che si sono arrischiati in questa carezza alle alture irpine povere di carne rispetto all’osso dei ricordi.

Questi tentativi di ri-appaesamento mostrano con chiarezza che se si volesse intavolare un discorso sulla riprogettazione dei sistemi territoriali delle aree interne con al centro i paesi bisognerebbe disporre di strumenti metodologici focalizzati sulla geografia storica dei luoghi ovvero sulle loro peculiarità, vocazioni, risorse, patrimoni materiali e immateriali.

L’operazione da compiere resta un’operazione di superamento radicale della forma mentis che è alla base della civiltà della tecnica e che le parole in quarta di copertina del libro di Capossela colgono lapidariamente: «Tutto era materia. Lo spirito scappava».

Il filosofo Martin Heidegger già a metà del secolo scorso metteva a fuoco le ragioni di questa cattività imposta all’uomo del Novecento abituato a guardare e a vivere i luoghi come se fossero degli spazi anonimi, misurabili sul piano cartesiano, in cui la realtà retrocede nell’ordine delle quantità che non ammettono alcuna qualità dell’esserci per cui il mondo collassa nei limiti della materia grossolana: Heidegger usa i termini Gestell “impianto” per spiegare questa versione diminuita della realtà e Bestand “fondo a disposizione, riserva da impiegare” per descrivere il mondo e l’uomo nella prospettiva della tecnica.

Per uscire da questo schema e compiere un passo verso la coscienza di luogo ci vengono incontro le parole di un altro filosofo, Eraclito, che nel VI secolo a.C. definisce la condizione umana nei seguenti termini: «Ethos anthròpo daimon» reso comunemente con “Il carattere è il destino dell’uomo”.

Ma la parola “carattere” con cui si traduce “ethos” è forse mediata più dalla cultura occidentale del Novecento che non dal retroterra culturale originario greco dove “ethos” sta per “il soggiorno, la dimora” per cui il detto suonerebbe così: “Nel dimorare consiste la vera natura dell’uomo”.

Questa seconda traduzione proposta dallo stesso Heidegger ha il pregio di ampliare la realtà e di rendere più libera e complessa l’esperienza umana che attraverso il linguaggio, la dimora dell’uomo, oltrepassa i limiti del materialismo cartesiano e dell’odierno nichilismo e riconquista l’attitudine ad evolvere con i luoghi.

Il risultato è proprio la coscienza di luogo che matura attraverso ciò che Arminio chiama “la cura dello sguardo” ovvero quella postura fisica e mentale, quella disposizione d’animo che consente all’uomo di attraversare la ferita dello spazio e approdare a quella parte di mondo in cui si fa esperienza della qualità e delle sensazioni, si accede dunque a quel “dimorare” che riconverte lo spazio in luogo e trasfigura la realtà oggettivata in una relazione intersoggettiva che riconosce e accoglie l’altro in un reciproco conversare.

Se volessimo osservare anche sul piano storico l’esito di tali conquiste filosofiche e poetiche dovremmo ripensare all’attività di Adriano Olivetti e alla natura della sua politica – esplicitate nelle forme dell’economia civile all’interno delle realtà produttive da lui stesso dirette secondo i criteri di attenzione all’uomo, attenzione ai luoghi e di sensibilità diffusa – capaci di risultati aziendali straordinari e totalmente antitetici rispetto alle aridità nocive del pensiero unico.

Questi modelli alternativi sono i riferimenti concreti intorno ai quali tracciare la linea programmatica per la ri-territorializzazione ed il ri-appaesamento delle terre dell’osso che inizia dalla consapevolezza del proprio dimorare da parte delle comunità e procede con la realizzazione dei progetti locali attraverso l’attenzione e la cura delle relazioni tra uomo-natura-paesaggio.

Partecipare agli attraversamenti diretti da Arminio e dalla Casa della Paesologia, rieducare i “siensi” ad abbeverarsi ai luoghi e alle persone come canta Capossela, rappresenta l’occasione per tornare alpaesaggio attraverso il divenire delle alchimie personali e di comunità in un gioco cosmico che plasma l’ambiente, la società, gli individui, la cultura, l’economia, la politica locale e sovralocale e accompagna i paesi fuori dallo spazio chiuso delle “comunità pozzanghera” alla scoperta di un nuovo inizio che abita nella disponibilità ad accogliere il nuovo ethos e il nuovo eros delle “comunità ruscello”.

È proprio dalle aree marginali che può nascere una nuova mitologia dei luoghi e delle storie umane; è dalle anse dei fiumi di montagna, dalle periferie del progresso che può sorgere uno sguardo nuovo sulla realtà che faccia ritrovare quel calore umano e quella profondità insondabile dello spirito di cui il mondo ha bisogno per uscire dalle aridità del calcolo.

Foto di Antonio Monaco

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud

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