Lettura sacra di un paese, Bojano

di Marcella Miro

“Stupere” deriva dal latino, significa stupirsi, restare fermi, attoniti.

Da qui si parte per un viaggio a languidi contrasti.

Osservando la fotografia di Guglielmo Colalillo, restiamo affascinati dal ricamo che la luce intaglia nell’ombra degli alberi, un punto festone proiettato sulla piazza di Bojano. Sagome e forme riconoscibili dal nostro subcoscio che tentiamo di ricomporre per attribuirgli significato. Questo è lo stupore, il fermarsi a interpretare simbologie magiche che si traducono in emozioni. Mentre gli altri continuano a camminare, senza lasciarsi catturare poichè il loro sguardo è rivolto al vuoto, Guglielmo è fermo davanti alla meraviglia.

Ciò si sposa perfettamente con l’ispirazione da esercizi di allenamento allo sguardo celebrato da Franco Arminio, poeta di onde radio e lunari, su cui migliaia di persone si sintonizzano perché con le stesse frequenze e perché mosse dalle stesse turbolenze marine…(profondità marine).

In questo primo quaderno fotografico voluto dalla Casa della Paesologia, prende forma la visione poetica del territorio, il fragile tema dell’abbandono, il valore delle cose semplici ricche di contenuti, lo spopolamento, l’archeologia delle arti e dei mestieri… Così facendo si tenta di dare una mano al borgo oblioso, così intriso di fascino e di storia. Un modo per avvicinare i paesi irraggiungibili del sud, quelli poco collegati, quelli poco sponsorizzati, quelli poco abitati, che ormai non fanno più notizia…come i vecchi, scrigni di vissuti e coerenze, tesori inestimabili e dimenticati. Molti dei loro figli raggiungono le città con un pizzico di nostalgia e due di narcisismo, ma alcuni restano, col tonfo dello scoraggio, altri ancora tornano, alla conquista delle proprie origini. Guglielmo ne ha forte desiderio, forse gli necessita a conferma di ciò che è già emerso interiormente: per assaporare la bellezza ed il vero senso della vita, bisogna prima perdersi, allontanarsi dalle certezze e rischiare di soffrire, considerare che la morte è un’eventualità e che bruscamente abbia il potere di cambiare i nostri punti di riferimento.

Così affonda con delicatezza nel burro delle sue radici, accompagnato da occhi “virgiliani”. Il padre quasi senza proferire parola gli trasmette un profondo senso di appartenenza, un locus interiore sedimentato nei ricordi arcaici della gens sannitica e nel cuore palpitante del fanciullo che fu.

Una visione nostalgica e remota, quasi inadeguata al nostro tempo convulso, che Guglielmo traduce in delicati contrasti bianco/nero, come attraverso una sistole e una diastole emotiva.

Gli sguardi, i silenzi, le carezze casuali… rappresentano la comunicazione non verbale attraverso cui una generazione intera, ha trasferito ai suoi figli “la legge” in cui i gesti, gli esempi, il rigore, difficilmente ricorrevano alle parole. Ecco che il linguaggio sensoriale crea il passaggio informativo, il che è congeniale ad un riabilitatore. La professione gli permette di avvalersi di tutte e cinque i sensi per tradurre il suo mondo poetico:

Tatto: Il ferro, il rame, la pietra delle case di Bojano, “ferme” all’ora dell’ultima festa, “stanche” di aspettare ancora la vita, “dure” con sé stesse, e longeve in questa durezza;

Udito: la musica della zampogna, il canto degli uccelli, il volo dell’Ibis sacro;

Vista: lo sguardo che accarezza i profili della montagna, le pendenze ardite fino ai boschi sgargianti della valle;

Gusto: assapora l’antica alchimia del latte e del fiore, matese e materno, svezzato con i fagioli di Letino;

Olfatto: si culla nel profumo delle aromatiche… l’origano, il timo, la maggiorana, il finocchio selvatico e da qualche anno il coriandolo, distese di centinaia di ettari di coriandolo, così asiatico per il gusto dei cinghiali, una garanzia per quel paradosso che è il mercato.

La fotografia è specchio del reale, sinonimo di verità, spietata come una denuncia, cruda come l’offesa, inesorabile come il decadimento.

E’ quindi un arma di divulgazione e sensibilizzazione, ma soprattutto è in grado di destare curiosità, quella sete di conoscenza fanciullesca che chiede “dov’è questo luogo?”

Bojano sorge ai piedi del monte Gallinola, “seconda cima a destra”(direbbe Peter Pan) del massiccio Matese, che segna il confine tra Campania e Molise, tra costa ed entroterra, tra la musica delle voci pagane e la musica del silenzio sacro a Marte.


Il genius loci di Guglielmo risale agli opici (osci), il cui nume tutelare fu individuato da popolazioni celebranti la terra e la sua stagionalità, riconoscendo in questo, un alchimia prodigiosa, in cui confluivano forze terrene e ultraterrene. Bojano, come Bovaianum, fu fondato almeno tre secoli dopo, intorno al VI sec. A.C. quando con le grandi migrazioni si fusero più stirpi italiche. I Sabini insediati sul Matese, vincitori sugli Umbri, promulgarono il Ver Sacrum (Primavera Sacra) in onore del dio Mamerte (Marte). I giovani ad esso consacrati, furono destinati a colonizzare nuove terre guidati dal bue sacro. Strabone racconta che l’animale si fermò ai piedi di un colle chiamato Samnium e da lì il popolo prese nome. La fondazione di Bojano risale a quell’evento, facendo fermare l’animale alle fonti del Biferno per dissetarsi.

Fotografie tratte dal quaderno “Bojano” di Guglielmo Colalillo

Una opinione su "Lettura sacra di un paese, Bojano"

  1. grazie di questo viaggio antico, peccato che io abiti al nord e quindi non posso partecipare alle iniziative della Casa della Paesologia, grazie comunque

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