Viaggio in Italia

Online, martedì 21 aprile

VIAGGIO IN ITALIA

Ogni viaggio comincia dalla casa sul costone d’argilla e di cianuro, la casa sorretta da sei alberi di noce, la casa da cui vedo Trevico, il paese dove si fermano le nuvole. Mi piace l’Italia arcaica, più di quella antica, in certe zone senti polvere in altre sangue di vento e di ferite.  Mi piace Aliano, ogni punto del paese è in bilico, è un orlo che ti tiene in questo mondo e te ne fa sentire un altro. Mi hanno emozionato gli alberi sul lungomare di Reggio Calabria, la cattedrale di Troia col rosone lavorato come se fosse paglia. Vado in disordine, mi viene in mente un pomeriggio di marzo a Noto, la cura della luce, l’anima che guarisce mentre guarda e cammina. Il museo di Vibo Valentia, la lamina d’oro, un documento umano da custodire pure quando finisce l’universo. Ricordo la prima volta a Senerchia, un pomeriggio di dicembre, la scoperta che un paese morto è sempre più vivo delle meste agonie che vediamo in giro. Craco, le capre che mangiano ai piedi del paese, Venosa e Rivello, il bianco di Pisticci e quello di Locorotondo, una donna che prega nella chiesa di San Nicola a Bari. Venezia che ti fa pensare al miracolo, e pure Firenze e Moresco e Tuscania e il teatro di Vicenza e l’aria di Trieste. La piazza di Pistoia, la bellezza e la stanchezza che senti quando sei in Toscana, terra troppo detta, troppo vista, gambe murate, Italia etrusca assai diversa dall’Italia greca, l’italia che vedi a Taranto, città sfregio, fregio dell’isola, del tuo passeggiare stretto per mano al mare. Altro miracolo è l’Aquila, andateci appena potete per vedere che il capitale un tempo era la pecora, per vedere il capolavoro e la crepa, per vedere la chiesa che comincia con un lungo prato. Andate pure a Camerino, sappiate che il paese ora è sequestrato, ostaggio della burocrazia e della sventura. Ora penso a Pomponesco, al silenzio della grande pianura: l’unico rumore del paese veniva  da una fabbrica lontana due chilometri. Mi piace Reggio Emilia, il duomo di Modena è lo stupore messo al chiuso, la cattedrale di Trani è tutta luce. L’Italia dei confini, due regioni che si scambiano i connotati, penso alla Puglia e alla Basilicata, penso a Matera, anatolica e bizantina, penso ad Altamura, a Gravina, alla potenza vuota del castello di Monteserico, alla sorpresa di sentire Milano come un posto tranquillo, penso alla campagna intorno a Roma, unica città che non ha paesi intorno, penso a Torino e al Piemonte lucido e senza disincanto. Napoli la amo da poco, così pure il Cilento, stessa regione, ma tutto un altro senso. L’Italia e le sue tante geografie: Procida isola paese, Sardegna che sa di Australia e vento. Isola pure la Calabria, i mari che sappiamo e il mare di monti del Pollino, la calabria di Africo e Roghudi, di Riace e Pentedattilo, il mare che ti mette in salvo dalla montagna, la montagna che ti mette in salvo dalla modernità incivile che ci ha rubato ogni pianura, l’Italia fatta capannone e officina, villetta, cancello, pompa di benzina. Prima di tornare a casa non posso dimenticare Campo Imperatore e il teatro sannitico di Pietrabbondante, la luce di Agrigento, Gubbio e Rovereto, le piazze di Padova, le strade di Genova, le vecchie di Andretta, di  Zungoli e di Montaguto, il sole di ottobre a Porto Badisco, il sogno dell’Italia che ancora non ho visto.

Franco Arminio



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