terracarne, rinvio

cari amici
il quindici ottobre c’è un importante manifestazione a roma. la presentazione di terracarne forse non è necessaria. sono pochissime le cose necessarie ed è anche difficile capire quali sono.
domenica sera a bisaccia ho fatto una lettura che è molto piaciuta, ma l’ho pagata con alcuni giorni di malessere. anche questa è paesologia

10 pensieri riguardo “terracarne, rinvio

  1. caro il mio scrittore, non sono più disponibile ad ospitare la presentazione del tuo libro.
    a me piace l’idea militante della tua lettura, trarne inciampi per i miei intrallazzi quotidiani.
    Ma la mia ospitalità – fatta solo del piacere di condividere questa cosa – non sopporta l’indifferenza con cui è ripagata.
    All’ “importante manifestazione” non vado. C’è un’età anche per indignarsi e io l’ho passata da un pezzo.

  2. paolo se vuoi sorseggeremo io te e giacomo petrillo segretario scolastico un caffè sabato 15 alle 18 nel tuo hotel. ci guarderemo negli occhi mezz’ora senza parlare

  3. caro paolo, ci abbiamo provato…..
    magari terracarne troverà anche in irpinia i suoi amici, bisogna tener conto che anche le militanze letterarie sono provvisorie

  4. Caro Paolo, la ricerca collettiva di un’alternativa allo stato di cose presente è un (serissimo) gioco a cui possono partecipare bambini di tutte le età. Anzi, più sono vari i giocatori, più divertente e creativo si fa il gioco, e più rischia di essere persino utile.

  5. mich
    concordo
    però c’è il rischio dello shopping ideologico. voglio dire
    che se non ci ritroviamo qui
    non ci ritroveremo neppure a roma

  6. io ci sto mettendo la stessa serietà che hanno i bambini quando giocano.
    n.b. la frase è splendida perché non è la mia (nietsche).

    1. Questo discorso della scrittrice canadese Naomi Klein, autrice di “No logo” e di “Shock economy”, è stato pronunciato in Liberty Plaza, il parco occupato a New York, il 6 ottobre, ed è stato pubblicato sul giornale del movimento “Occupied Wall Street Journal”. Nella manifestazione di New York l’amplificazione era bandita, e le parole della giornalista sono state ripetute da centinaia di persone in modo che gli altri potessero sentire (“microfono umano”).

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      Vi amo.

      E appena l’ho detto, ho sentito centinaia di voi gridare di rimbalzo “ti amo”, anche se questo è ovviamente un vantaggio del microfono umano. Dite agli altri ciò che vorreste fosse detto a voi, solo con un tono di voce più forte.

      Ieri, uno degli oratori alla manifestazione sul lavoro ha detto: “Ci siamo trovati l’un l’altro”. Questo sentimento cattura la bellezza di ciò che viene creato qui. Un ampio spazio aperto (anche se un’idea così grande non può essere contenuta da nessuno spazio) per tutte le persone che vogliono un mondo migliore in cui trovare l’altro.

      Se c’è una cosa che so, è che l’1 per cento ama la crisi. Quando la gente è nel panico e disperata, e nessuno sembra sapere cosa fare, quell’1 per cento ha l’occasione ideale per far passare il suo decalogo di politiche a favore delle imprese: privatizzare l’istruzione e la sicurezza sociale, tagliare i servizi pubblici, eliminare gli ultimi ostacoli al potere delle multinazionali. Grazie alla crisi economica, questo sta accadendo in tutto il mondo.

      E c’è solo una cosa che può bloccare questa deriva, e, per fortuna, è una cosa molto grande: il 99 per cento. E che il 99 per cento scenda in piazza, da Madison a Madrid, per dire “No, noi non pagheremo la vostra crisi”. Questo slogan ha esordito in Italia nel 2008, è rimbalzato verso la Grecia e la Francia e l’Irlanda e, infine, si è diretto verso il miglio quadrato in cui è iniziata la crisi.

      “Perché stanno protestando?”, chiedono gli esperti, sconcertati, in tv. Nel frattempo, il resto del mondo domanda: “Perché ci avete messo tanto tempo? Ci chiedevamo quando vi sareste finalmente fatti vivi”. E soprattutto: “Benvenuti”.

      Molte persone hanno paragonato Occupy Wall Street alla cosiddetta protesta anti-globalizzazione che si è imposta all’attenzione mondiale a Seattle nel 1999. Quella è stata l’ultima occasione globale, creata dai giovani, di un movimento diffuso che prendesse di mira direttamente il potere delle multinazionali. E io sono orgogliosa di aver fatto parte di quello che abbiamo chiamato “il movimento dei movimenti”.

      Ma ci sono differenze importanti, tra allora e oggi. Per esempio, allora scegliemmo i grandi vertici come nostri bersagli: l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il Fondo Monetario Internazionale, il G8. I vertici sono transitori per loro natura, durano solo una settimana. Questo ha reso anche noi transitori. Siamo apparsi, abbiamo conquistato le prime pagine di tutto il mondo, poi siamo scomparsi. E nella frenesia di super-patriottismo e di militarismo che seguì gli attacchi dell’11 settembre, fu facile spazzarci via completamente, almeno in Nord America.

      Occupy Wall Street, invece, ha scelto un bersaglio fisso. E non avete stabilito alcuna data per la fine della vostra presenza qui. Questo è saggio. Solo quando si sta fermi al proprio posto, si possono far crescere radici. Questo è fondamentale. È una realtà dell’era dell’informazione che troppi movimenti spuntino come fiori bellissimi ma rapidamente muoiano. Dipende dal fatto che non hanno radici. E non hanno piani a lungo termine su come continuare a sostenersi. Così, quando arrivano le tempeste, vengono spazzati via.

      Essere orizzontali e profondamente democratici è meraviglioso. Ma questi principi sono compatibili con il duro lavoro di costruire strutture e organismi robusti abbastanza per reggere le tempeste a venire. Ho grande fiducia che questo accadrà.

      Questo movimento sta facendo anche un’altra cosa molto giusta: vi siete impegnati alla non-violenza. Vi siete rifiutati di offrire ai media immagini di vetrine rotte e di scontri di strada che essi desiderano disperatamente. E questa fortissima disciplina ha fatto sì che, ancora una volta, ciò che è risultato evidente è la brutalità vergognosa e gratuita della polizia. Ciò che abbiamo visto di più proprio la scorsa notte. Nel frattempo, il sostegno a questo movimento cresce e cresce. Più saggezza.

      Ma la differenza più grande rispetto a un decennio fa è che nel 1999 avevamo di fronte un capitalismo al culmine di un boom economico frenetico. La disoccupazione era bassa, i portafogli azionari erano gonfi. I media erano inebriati dal denaro facile. In quel momento si parlava solo di nuove imprese, non di chiusure.

      Abbiamo sottolineato che la deregolamentazione da cui originava quella frenesia presentava il conto. Stava erodendo i diritti di base del lavoro. Stava attaccando l’ambiente. Le multinazionali stavano diventando più potenti dei governi e questo minava alla base le nostre democrazie. Ma a dire il vero, con i bei tempi che correvano prendersela con un sistema economico basato sull’avidità era difficile, almeno nei paesi ricchi. Dieci anni dopo, è come se non ci fossero più i paesi ricchi. C’è solo un bel po’ di gente ricca. Quelli che si sono arricchiti con il saccheggio dei beni pubblici ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo.

      Il punto è che oggi tutti possono vedere come il sistema sia profondamente ingiusto e sia fuori controllo. L’avidità senza freni ha distrutto l’economia globale. E sta distruggendo anche il mondo naturale. Peschiamo troppo nei nostri oceani, inquiniamo la nostra acqua con estrazioni di idrocarburi mediante “fracking” e con perforazioni in acque profonde, ci attacchiamo alle fonti di energia più sporche del pianeta, come le sabbie bituminose dell’Alberta. E l’atmosfera non riesce ad assorbire la quantità di carbonio che vi stiamo immettendo, creando così un pericoloso riscaldamento. La nuova normalità sono i disastri in serie: economici ed ecologici.

      Questi sono i fatti sul terreno. Sono così espliciti, così chiari, che è molto più facile entrare in contatto con la gente di quanto non fosse nel 1999, e costruire il movimento in fretta.

      Sappiamo tutti, o almeno intuiamo, che il mondo è capovolto: ci comportiamo come se non ci fosse una fine a ciò che in realtà è limitato – i combustibili fossili e lo spazio atmosferico capace di assorbire le loro emissioni, mentre agiamo come se ci fossero limiti rigorosi e immodificabili a ciò che in realtà è abbondante – ovvero le risorse finanziare per costruire il tipo di società di cui abbiamo bisogno.

      Il compito del nostro tempo è quello di rovesciare questa situazione: sfidare questa falsa scarsità. Insistere sul fatto che possiamo permetterci di costruire una società decente, inclusiva – e, al tempo stesso, rispettare i limiti reali della terra.

      Il cambiamento climatico ci pone una scadenza. Questa volta il nostro movimento non può distrarsi, dividersi, bruciarsi o lasciarsi spazzare via dagli eventi. Questa volta dobbiamo avere successo. E non sto parlando di imporre regole alle banche e di aumentare le tasse ai ricchi, anche se questo è importante. Sto parlando di cambiare i valori di base che governano la nostra società. È difficile sintetizzarlo in una singola rivendicazione spendibile sui media. Ed è anche difficile capire come farlo. Ma il fatto che sia difficile non lo rende meno urgente.

      Questo è quel che vedo accadere in questa piazza. Nel modo in cui vi nutrite e scaldate a vicenda, condividete liberamente le informazioni e organizzate l’assistenza sanitaria, corsi di meditazione e formazione all’empowerment. Il mio cartello preferito, qui, dice: “Mi importa di te”. In una cultura che addestra la gente ad evitare lo sguardo dell’altro, a dire “Lascia che muoia”, questa è una dichiarazione profondamente radicale.

      Qualche considerazione finale. In questa grande lotta, ecco alcune cose che non contano:

       cosa indossiamo;
       se alziamo il pugno o facciamo il segno della pace;
       se riusciamo a racchiudere i nostri sogni di un mondo migliore in una frasetta di senso compiuto da mandare in onda.

      Ed ecco alcune cose che contano:

       il nostro coraggio;
       la nostra bussola morale;
       come ci trattiamo l’un l’altro.

      Abbiamo scelto di lottare con le forze economiche e politiche più potenti del pianeta. Questo ci fa paura. E man mano che il movimento crescerà e punterà più in alto, questo ci farà ancora più paura. Dobbiamo sempre essere consapevoli che avremo la tentazione di ripiegare su piccoli obiettivi – come, ad esempio, prendersela con la persona che è seduta accanto a voi in questo incontro. Dopotutto, è una battaglia molto più facile da vincere.

      Non cediamo alla tentazione. Non dico che non dobbiamo criticarci a vicenda. Ma questa volta cerchiamo di trattare gli altri come se avessimo intenzione di lavorare fianco a fianco con loro nella lotta per molti, molti anni a venire. Perché il compito che abbiamo di fronte richiederà niente di meno che questo.

      Facciamo in modo di trattare questo bel movimento come se fosse la cosa più importante del mondo. Perché lo è. Lo è davvero.

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