Da Potenza a Brindisi sulla via Appia

metto qui uno dei tre pezzi usciti sull’atlante del touring sulle strade del sud italia. mi avvia a poter dire di averle fatte tutte, a parte quelle calabre e siciliane

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“Restare a casa propria è una negligenza di cui, presto o tardi, si verrà puniti”. Così scrive Paul Morand in un prezioso libretto sul viaggiare. Mettiamoci in viaggio, allora, ma curandoci di non trascurare quei luoghi che aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

Vago in macchina per la periferia di Potenza. La città si fa notare per i suoi palazzi nuovi e ben tinteggiati. A tratti non pare neppure una città del sud. Il problema anche qui sono le macchine. Il centro di Potenza è piccolo, ci metti più tempo ad arrivarci che a girarlo a piedi. Oltre ottocento metri di altezza e un clima che d’inverno fa pensare a un frammento del polo calato nel Mediterraneo.

Il primo paese che incontro sulla via Appia è Vaglio. Vado a toccargli le dita ancora tiepide in questo inverno lucano senza gelo. In piazza ci sono le figure tipiche del mattino dei paesi. Qui ero passato di sera un mese fa. E avevo trovato un senso di quiete, un paese senza smanie, che guarda le luci della città senza andarci dietro. Mi era piaciuto fermarmi a parlare con alcuni anziani. Basta fare una domanda e si apre il rubinetto delle parole. Si parte coi lamenti, ma poi arrivano belle storie, un parlare fitto a cui ognuno dà il suo contributo senza strapparsi le parole di bocca come accade in televisione.

Faccio una foto alla piazza dove c’è un palazzo che era il centro di tutto e ora è chiuso. Non so che effetto mi farebbero i paesi se tutte le case fossero aperte. Forse in questa chiusura c’è anche una forma di sollievo. E questo piacere di attraversare luoghi rarefatti in me si fa sempre più forte. Per questo amo la Lucania. A parte il centro di Potenza, in Lucania si sta larghi. Non ti muovi mai sulla carta millimetrata, come accade sulla costiera Amalfitana.

Dopo Vaglio riprendo il passo sulla via Appia e procedo verso Tricarico. Oggi la luce non è bellissima e la luce è decisiva per ammirare la Lucania. Verso nord un mare di montagne senza picchi fino ad Acerenza, il paese cattedrale. Se la luce è davvero profonda a nordest l’occhio può allungarsi verso la bella Irsina e le Murge pugliesi. Dall’altro lato della strada, verso sud ci sono le cime aguzze delle Dolomiti lucane. Al bivio che indica Campomaggiore devo resistere alla tentazione di andare a vedere le rovine del paese antico: la prima volta che le vidi ebbi un’emozione fortissima.

La meta adesso è Tricarico. Qui nacque e visse Rocco Scotellaro, il poeta che diventò anche sindaco del paese. La sua storia meriterebbe di essere conosciuta ben oltre la fama di nicchia che gli è riservata. Rocco morì a trent’anni. Sarebbe stato un grande protagonista della storia italiana se fosse vissuto più a lungo. Ha comunque fatto in tempo a lasciare un segno forte. Oggi non ho tempo per fermarmi al centro studi a lui dedicato, ma mi posso fermare un poco a casa di Peppino Infantino, il padre di Antonio, musicista originalissimo. Anche per lui una fama di nicchia. Ed è una fama che meriterebbe anche il padre che ha quasi cento anni. È un professore di francese ancora ben saldo sulle gambe e con la mente molto accesa. Appena mi vede subito mi riconosce, anche se ci siamo visti una sola volta e insieme a tante altre persone. Gli faccio una foto. Lui dice che ha letto il mio ultimo libro e mi cita un autore francese, Le Normand, che fa un lavoro simile al mio.

Vado a prendermi un panino, oggi più che mai la sosta al ristorante è impossibile: panino e acqua minerale, due euro, più la squisita gentilezza del giovane salumiere.

Riprendo la strada. Qui non ci sono paesi attaccati uno all’altro. Forse solo nella zona del Vulture sono vicini, per il resto notevoli distanze. E a parte quelli della costa i paesi non stanno mai in basso, devi fare molte curve per andare a cercarli, la strada gira, non è mai dritta, e non è mai piatta. In un giorno non riesci mai a vederne tanti, però puoi godere del paesaggio che c’è tra uno e l’altro.

Mi fermo a mangiare il mio panino davanti a una casa in una curva a qualche chilometro da Grassano. Mi siedo per terra con le spalle appoggiate al muro. C’è il sole, dalla strada non arrivano rumori. Un momento e un posto perfetto. Mezz’ora di vera grazia, da sola questa pausa vale più di tante concitate giornate. Credo che orienterò sempre di più la mia vita verso momenti come questi. Sfilare in fretta dentro un paese e fermarmi nella campagna. Salendo verso Grassano il paesaggio lo puoi guardare dall’alto. Sopra di me ci sono solo le poiane e forse Dio se non ha lasciato i comandi. Questo posto, assieme ad Aliano, fu il luogo di confino di Carlo Levi. E pure io forse sto cercando un luogo per un confino immaginario, un posto dove andare a liberarmi di questa nostra libertà senza ardore.

Intanto seguo la strada che sale e che scende fino allo squarcio pittoresco di Grottole. Qui devo cercare un meccanico e lo trovo subito. La macchina paesologica ha bisogno di olio ai freni. Ne approfitto per fare due chiacchiere con un gruppo di mammiferi stagionati che danno le spalle al sole e tengono gli occhi puntati alla strada. La sensazione che provo sempre da queste parti è una leggera inattualità rispetto al tono dell’epoca. Loro magari la vivono come una colpa, uno stare indietro, invece a me viene un piacere di conversare che magari non provo in un locale alla moda.

Qui non passa nessuno, mi dice il più giovane dei miei interlocutori. Infatti, questa una volta era una strada importante, tutti di qui passavano, poi hanno fatto a valle la Basentana e ha poco senso avanzare sul crinale. Bisognerebbe fare una mappa dei paesi attraversati da strade che hanno perso gran parte del loro traffico. Io fino a qui ho contato cinque macchine.

Ora la strada tende ad abbassarsi, si vede il Bradano e compare Miglionico, proprio su una cresta tra Bradano e Basento. Ci sono passato altre volte, oggi mi limito ad ammirare il bellissimo castello dal basso, in un momento in cui la luce finalmente si è fatta più calda.

Ormai la montagna è lontana, ora ci sono le colline che portano a Matera. Seguendo l’Appia mi trovo in una zona che non conoscevo, adibita a parco di sculture. Le sculture in un posto che è già interessante di suo forse non sono una grande idea. In effetti Matera non tollera aggiunte, è una città scavata, è una città che si è formata nello spazio che ha tolto alla roccia. Città pedagogica, virtù del levare. Io tifo perché diventi capitale europea della cultura nell’anno che spetta a una città italiana, dovrebbe essere il 2019.

Devo arrivare a Brindisi, non ho tempo per altre divagazioni  dopo la casa di un uomo di cent’anni, dopo la piccola masseria abbandonata con un fico di fronte alla facciata, dopo un punto da cui si vede molto paesaggio, luoghi di soste paesologiche, non segnati da nessuna cartina turistica.

Da Matera in poi la via Appia diventa uno straordinario filo per infilare le perle degli insediamenti rupestri. Cominciano ai piedi di Matera, dopo  l’incrocio sulla strada statale 99 per Altamura. Sulla sinistra si trova la chiesa rupestre di Santa Maria della Valle, comunemente detta della Vaglia. Poco dopo il bivio per Santeramo c’è il santuario della Madonna della Palomba, altro luogo mirabile per chi è in cerca di chiese scavate nella roccia. Questo tratto dell’Appia che corre verso Taranto è trapunto di meravigliose chiese rupestri e gravine che altrove si chiamano canyon. Qui gli uomini trovavano facile insediarsi sfruttando il tenero banco di calcanerite e queste fosse dell’antico diventano sempre più suggestive, man mano che il resto si allinea in un presente sfuocato e senza prospettive.

C’è solo da decidere dove fermarsi: Ginosa, Laterza, Castellaneta, Palagianello, Massafra, Crispiano. Se c’è tempo per una sola sosta forse il luogo ideale è Massafra. È una delle città bianche della Puglia e basterebbe solo la visione da lontano per esserne appagati. Se poi si entra dentro arriva lo stupore, a cominciare dalle centinaia di grotte del villaggio trogloditico.

Dopo il bianco di Massafra, ecco la ruggine di Taranto, città di ferro tinta, città nel mare intinta. Ho scritto molte volte di questo luogo, che è allo stesso tempo turistico e apocalittico. Anche questo è un dono della via Appia: se si va di fretta ci si può accontentare della visione panoramica, giusto per farsi sfiorare dai fregi della natura e dagli sfregi che hanno fatto gli uomini.

Da qui a Brindisi la via Appia mi riserva ancora settanta chilometri. Ormai è quasi buio, sono stanco, ma la strada ha un andamento dolce, rilassante. Mi viene un senso di pace profondissimo, mi sembra di poter accogliere qualsiasi evento.

Volendo non mancherebbero le ragioni per fermarsi. La prima tappa potrebbe essere a Grottaglie per le ceramiche. Altre perle che infila l’Appia sono Francavilla Fontana e Mesagne e, un poco più defilata, Oria.

Il mio viaggio finisce a Brindisi. Se ci fosse ancora luce rifarei il viaggio all’inverso da Brindisi a Potenza, dal mare alla montagna. In questo caso sarebbe un lento risalire. Mare, ulivi, Taranto, chiese rupestri, Matera, poi lo spazio che si dilata, i grandi silenzi della Lucania, la sensazione che il Sud c’è ancora, basta attraversarlo. Se ci si attiene ai racconti su queste terre ne viene fuori solo un elenco di problemi. E invece il Sud è un elenco di meraviglie e la strada statale numero 7 è una bellissima occasione per incontrarne tante. Certe strade non sono solamente percorsi turistici, sono anche delle vie di scampo. Da Potenza a Brindisi si possono impiegare tre ore, ma anche tre anni. E ci si può tornare magari per andarsi a nascondere nelle grotte scavate nelle gravine, ci si può stendere al sole su un prato lucano e guardare le poiane nel cielo. Si può vagare nei sassi di Matera o nel museo archeologico di Taranto, nel Mediterraneo interiore e in quello costiero. L’Appia da Potenza a Brindisi è una strada perfetta per vedere le tante facce del Sud: da una città burocratica come Potenza ai sogni industriali di Taranto e Brindisi. E poi c’è la mutazione nel tratto da Matera a Taranto: bello percepire come la strada si distende e arriva la Puglia, arrivano i paesi grandi e una campagna ricca e viva, che fa ben sperare ora che l’economia sta rimettendo i piedi per terra.

Da queste parti suesta ini ha sempre un piacere che viene dal dettaglio e dall’atmosfera generale. Qui e in altri luoghi l’Italia c’è ancora. Tutti si sono cimentati a raccontare i suoi sfregi, ma quasi ovunque c’è qualcosa che resiste. Forse per le strade ci accade quello che ci accade con le persone, alcune ci sono più simpatiche di altre e c’è poco da dire. Le percorriamo con piacere, andare sembra più bello che arrivare. Forse per me la bellezza di questo pezzo d’Italia ionica viene dal suo sapore antico.

Io voglio passare il resto della mia vita in giro per i luoghi. Voglio e posso andare ovunque, ma la Puglia e la Lucania non mi stancheranno mai.

Oggi abbiamo bisogno, per immaginare il futuro, di saper cogliere la profondità del passato. Il mar Ionio è il più profondo del Mediterraneo, e profondo è anche il paesaggio che c’è dietro.

Pubblicato da Arminio

Nato a Bisaccia è maestro elementare, poeta e fondatore della paesologia. Collabora con “il Manifesto”, e "il Fatto quotidiano". È animatore di battaglie civili e organizzatore di eventi culturali: Altura, Composita, Cairano 7x, il festival paesologico ""La luna e i calanchi"". Da molti anni partecipa a innumerevoli manifestazioni sulle problematiche dei territori. Recentemente ha avviato scuole di paesologia (ne ha già svolto una decina in ogni parte d’Italia). In rete è animatore del blog Comunità provvisorie. E' sposato e ha due figli.

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