Il paese è quell’aria interna di noi che fa crepa e fa miniera

entroterra #12 – di Serena Gatti

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Il paese è un racconto carsico, che affonda e riemerge per una parte della storia, per quel sentito dire, quel dettaglio rimasto nascosto. Il paese è un sospiro: si sa come le cose devono andare, eppure non si sa. In paese si crede e al tempo stesso si sa di non credere, la legge della terra è più forte della legge dell’umano. Il paese è un sospiro lanciato da un crinale, dall’essere tra i mondi senza più pretese.

Il paese sono i vecchi che a poco a poco se ne vanno e i giovani che non rinascono.

Il paese è un compromettere il tempo, l’impegno, la corsa delle cose, un attardarsi, fare uno sgambetto all’ormai consueto. Il paese non riesci a dimenticarlo, è quel luogo sempre fuori mano, una scelta, un soprassalto alla logica cui spinge il quotidiano.

Il paese, se ci cresci, te lo porti dietro quando cammini, una camminata che rivela un certo timore, una discrezione, come di chi è venuto da lontano, di chi è abituato a soffermarsi mentre stringe la mano,  dell’essere attraversati da una brezza, da un sorriso che è anche un tormento.

Il paese è quell’aria interna di noi che fa crepa e fa miniera.

Il paese è un osservare lento con rari momenti di luce, un tempo dilatato con rari momenti di guizzo. Il paese sta nel raro, nel rarefatto, quasi perduto, non più saputo fare o che non serve più saper fare. “Eh…”, in questa locuzione strascicata, densa e appesa si esprime dalle mie parti il progressivo sfilacciamento. Basta posarsi sulla piazza o nel circolo del paese, accanto a un nugolo di anziani e tra un mezzo discorso e qualche battuta emerge “Eh…”, come un refrain, un intercalare che arresta la bestemmia in una costatazione, un rammarico, una presa di coscienza. Il senso è dato da quanto è prolungata la “é” aperta dell’inizio. Il sospiro che segue a volte va attraverso. Un “Eh…” con eco, con latenza di sottintesi e mille declinazioni arriva sulle labbra dei paesani quando ormai il mondo, si vede, ha preso un’altra piega. Non se ne discute neanche, tutt’al più si fa un dialogo tra “Eh…”, “Eh…”, “Eh…” intonate ognuna a suo modo, come a non aver più bisogno di parole, come a tornare ai versi, al canto degli uccelli. In paese si discute ma sulle questioni più importanti si soppesa in silenzio, in comunione prima, in solitudine ora.

Il paese è un avvicinamento, un avvicinarsi a sé, uno stare vicini, una reclusione quasi, un guardare le cose da dentro, dal proprio dentro, da un organo del corpo, dal polmone, dalle viscere, dal cuore, da una pupilla, da una ciglia, da una grata, dalla soglia di casa, dal cancello, dall’angolo di un vicolo, una persiana, una tenda scostata. Il paese sa fuggire dentro sé stesso, non si espone, lavora nel discernimento, attento, con l’andamento della timidezza, che a volte sembra quasi un sospetto. Lascia in avamposto le case, le mura, il campanile e se avverte un pericolo si rinchiude dentro, come una gemma, sottoterra, quando sente arrivare l’inverno.

A volte si richiude dentro perché non sa cos’altro fare.

In questa chiusura si apre uno spazio di contemplazione, un avvicinarsi a sé, un progressivo tormento, quiete, mista a desolazione. Da qui a poco a poco si allarga la visuale, si apre da dentro a fuori, all’orizzonte intero, fino alla valle, fino al tocco estremo dell’ultimo lembo di paesaggio con il cielo.

Dal mio paese oltre la valle si vedono le anse dell’Arno, Pisa, il porto di Livorno, il golfo della Spezia e avanti il mare, l’isola di Capraia, Gorgona e quando il cielo è terso il dito della Corsica. Il paese ha questa via di fuga privilegiata: avere tra i propri paesaggi anche i paesaggi lontani, da qui puoi cogliere la terra tutta insieme, seguirla nel suo distendersi. In paese stai sempre a tu per tu con la geografia.

Il paese ha un legame con il camminare, ti porta a spingere i piedi fuori, a conoscere le curve della collina una ad una, a fondo, come le curve del corpo della madre, le insenature, i passaggi, gli avvallamenti, i crinali. Il gesto delle palpebre è nelle fronde, capisci al volo se il dorsale ti chiama o ti respinge, se ha un attimo di trasalimento, di abbandono. Il paese ti regala un getto di inquietudine che a vita ti si impiglia nelle vene. Ti spinge a far scorrere il tempo a piedi, a una mappatura continua del già noto, all’osservare costante di questa piccola parte sopraelevata di mondo. Camminando si avvera, col tempo, un sapere: la terra ti fa capire che è tutta intera e noi siamo di passaggio.

Camminando tornano in mente i racconti degli anziani che si muovevano a piedi dal paese a valle e ritorno, per andare a scuola, chi riusciva, o a rifugiarsi dai tedeschi, a vendere legna, castagne, uova, a spostare i pascoli verso le alture dell’Appennino. Una scansione del tempo che è sfuggita al nostro tempo. Strada fatta a piedi che neanche si misura in chilometri, la misura è il passo, l’alba, il calar del sole. Saliscendi e carichi sulla schiena, distanze che ora ci immaginiamo solo sulle ruote.

Il paese è l’attenzione alla semina, l’accordarsi con la luna, aspettarla, lasciarla cambiare, crescere, calare. Si va per le terre del paese come per mare, a sentire il vento, alzare gli occhi al cielo, trovare riparo dentro. Il paese ha un tempo di assenza, dove niente sembra accadere e un tempo scandito da gesti necessari. Ci si trova tra uomini – io stavo in mezzo alle conversazioni per il caso fortunato d’esser bambina – a ricordare l’anno della siccità e della neve. Si parla dei campi come dei figli, del crescere di una pianta come di una prova che ha avuto buon esito. Ci si consulta, si danno consigli al più giovane, al più inesperto, a chi è giunto da poco. Eppure arriva un momento dove non ci sono più opinioni, c’è una scelta precisa da compiere e si opera in quella direzione. Una schiettezza corre nell’animo profondo del paese, appresa nel tempo, come lo schianto del ramo, come l’essere erica, ginestra o ginepro.  

Il paese è darsi tempo ma sapere che un parto o una frana non ammettono attese.

Il paese sta nel sospeso attendere di un saluto in piazza, di un buonasera, del gesto con la mano, che è lo stesso da anni, di un capo chino che accenna un saluto di ritorno.

In paese sei sempre una bambina, anche se hai quarant’anni, lo sei agli occhi della signora che ormai si è fatta vecchia. Ti guarda e dice “sei ancora una bambina” e aggiunge “mi ricordo di te quando eri piccina”, come ci fossero stadi diversi di un’infanzia che può essere eterna. “Sei la figlia di Benedetto”, perché sei per prima cosa ‘la figlia di’ e già si sa, ma la signora comunque lo ricorda, fosse mai cambiata la paternità per un gioco della sorte. Poi viene il nome di battesimo, “Serena”, che la memoria del paese trattiene contro ogni Alzheimer, e poi dove abiti, “in Venezia”, sempre in fondo a quella stessa strada, tra quelle quattro strade in croce, che sta a due passi eppure pare distante qualche stazione. Tre battute e un attimo di silenzio che basta a sottintendere, “è cambiato tutto e non è cambiato niente”. A quel punto il dialogo può terminare, è avvenuto lo scambio, il riconoscimento, l’avventura complice di sapere chi siamo, seppur confusi ancora per bambini. L’ultima frase, già dopo il saluto, ripete “sei sempre una bambina” e chiede, come per una curiosità ritardata, “hai bambini?”. Faccio di no col capo da lontano e proseguo in un paese di bambini che generano bambini venuti al mondo in età diverse, invecchiati col sorriso e lo sguardo innocente.

Quel paese ora non c’è più. Se ne è andato mentre abitavo altri luoghi. Si è portato via quel modo giusto di guardare il cielo, di potare l’ulivo, di fare l’innesto al melo. Prima in caso di dubbio si chiedeva al contadino, se piantare il noce, se tagliare il tiglio. Ora ci sono i corsi per imparare a potare e riconoscere le erbe. Sono cambiate le mani, i panni, le rughe sui volti, l’odore nelle case, la luce negli occhi.

Sono cresciuta in un paese di 250 persone. Quando alle elementari studiavo le città non capivo i milioni di abitanti, ci doveva essere un errore negli zeri, mi dicevo. In paese ho conosciuto i mestieri, il contadino, il falegname, la maestra, il pastore, il taglialegna e il proprietario che viene da fuori, che non si fa mai vedere, l’erede della famiglia che ha fatto fortuna in Argentina. Nella casa semi abbandonata comprata dai miei ci sono ancora le foto della ferramenta a Buenos Aires, la ferreterìa con cui chi è emigrato ha risollevato le sorti. E c’è la foto della famiglia tutta intera in bianco e nero, scattata in Italia, davanti alla villa padronale, forse prima di partire o quando ancora l’idea di partire non c’era, in un eden felie. In primo piano il signore coi baffi, col vestito elegante, appoggiato al bastone. Fu la prima volta che capii che dal paese si può andare via solo per fare grandi viaggi.

Dopo un mezzo dialogo, o un pezzo di cammino fatto insieme qui in paese ci si saluta con un “bona”, la “a” resta prolungata, strascicata e sospesa. “Bona” può voler dire “buona serata”, “buona notte” o “buona la vita e la strada che ti si apre davanti”. Anche in paese è possibile prendere strade diverse.

Il paese si può guardare da almeno tre prospettive: entrando, standoci e andando via. Nell’andar via il paese assume un volto netto, la forma svanisce eppure ti si imprime dentro. Il paese si guarda anche alzando gli occhi al cielo come a chiedere perdono, pioggia o sole, come a chiedere che verso dare ai giorni. E si guarda con gli occhi a terra, con andatura lenta, quasi ferma, non di occhi tristi ma rivolti alla madre, la strada terra, che sostiene e guida ed è spaccatura e tomba e il duro della vita.

Il paese raramente guarda avanti, se non per vedere cos’è quel rumore in fondo al podere. Basta poco agli occhi del paese per sapere cosa si profila davanti. Il paese con un’occhiata sa già tutto, come se le possibilità fossero già registrate negli annali del tempo. In caso di sorpresa il paese non si sorprende, tutto quello che accade attraversa qui un tempo di decantazione.

Il paese si ripete, non rilancia, se non nell’inventare un verso al maggio o un dettaglio a una storia. Il paese sta nel ‘pre’, nel prevedere, pronosticare, nel rispondere per le rime, perché la reazione che avrai è già scritta. Il paese conosce i passi e le opinioni, del forestiero indaga svelto i costumi. Il paese è non farsi sfuggire niente, tenere stretto il codice del vicolo, chi passa, dove va, cosa ha detto. Per sapere una cosa basta chiedere al tale, che chiederà all’altro tale e a stretto giro l’informazione arriva, senza bisogno di stampa o radio. Se l’informazione non giunge è perché un codice impone che venga celata. Il paese si ripete e chiede pronostici ai numi. La cronaca è più un affare di intrattenimento, uno sfogliare lento, avvezzo del giornale, una coreografia che si ripete, consueta, del gesto immerso nel bar di paese, che quasi fa fatica a voltar pagina e la pagina rimane in aria, piegata su sé stessa. La cronaca è più un affare di intrattenimento e il vero della vita avviene in dialogo col dorsale del monte, con il pezzo arato dell’orto, con la nuvola, con gli storni. Finché la cronaca non si fa storia e dal paese si scende con la valigia a valle, arriva la fame, la guerra, la frana, l’incendio.

Il paese è un’isola, vive di un riflusso, non perché non abbia una sua identità potente, ma perché una sorte lo costringe a vivere di sponda, a non potersi isolare totalmente. È pur sempre in balia di onde che cambiano sorti e certezze. Là dove in altre parti del mondo si rilancia, in paese no, si rimane come indietro, a guardare la luna. Dal paese la luna spunta dietro il monte o di traverso tra la chiesa e il campanile, tra i filari dei cipressi, tra i pini. La luna in un paese si scopre in tanti luoghi, non sta dentro lunghi corridoi di cielo tra i palazzi. La luna in paese fa un po’ da lampadina, perché il lampione è rotto o non è mai stato messo, di notte intanto può passare giusto un gatto o una civetta.

Il paese è luogo di mistero, come quando nelle case sperse sul monte trovavamo teschi di volpe e lo spavento ci mangiava e correvamo a gambe levate per paura e per raccontare la notizia sconvolgente. Ma non c’erano molti bambini e anche le avventure venivano condivise nell’intimo.

Sotterra e trema un paese e fa silenzio. Il silenzio dei campi comunica col silenzio delle case, va a trovarle quando sono abbandonate, le accarezza con pruni e ortiche, le imbellisce di edera e bouganvilles. La botanica abbandonata ha una sua certa cura senza pretese.

Il paese è incontrare il cinghiale, la volpe, la lucciola, il tasso, l’istrice, il riccio, sentire la civetta, l’asino, il gallo. Il paese sta in quel luogo tra le favole e la vita di un tempo, che da piccolo ti sembrano la stessa cosa, non sai bene la differenza, il gallo canta per davvero e allora tutto deve essere vero. Da grande hai ancora qualche dubbio.

Sono cresciuta con davanti alla finestra la distesa d’argento delle foglie di olivo. Ogni giorno alzavo gli occhi e non rimaneva che guardare come le muoveva il vento.

I miei sono ‘piovuti’, così qui si chiamano i forestieri, hanno comprato una casa grande che scompariva sotto ai rovi. Facendosi strada dentro casa tra fronde selvatiche e spini, nella cucina diroccata trovavi le more. L’abbandono ha un suo lato generoso. Arrivarono con una Renault 4 blu sulla strada sterrata che portava alla casa, l’ultima, dove finiva la via crucis e si intravede Sant’Antonio, nella periferia estrema del paese, che neanche la via era segnata. Nella grande proprietà accanto viveva Duilio, il contadino, ormai solo con la moglie Vera. A veder venire la macchina disse “oh dove siamo, a Parigi?”. Il paese è l’illusione di immaginare Parigi, per un po’ di polvere e quattro ruote, neanche motrici.

Avevo tre anni e di Parigi non sapevo niente, fu la prima fantasticheria complice l’aria di paese.

Se cresci in paese ti senti sempre un po’ fuori posto, come rimasta indietro, che la vita si svolge da un’altra parte, va avanti, accadono le cose importanti e tu non c’eri. Eri a raccogliere il sommerso, l’invisibile, il sospeso, l’assenza, lo sbocciare della rosa, il farsi alto dell’erba, il giorno che cede il passo alla notte, i passi solitari tra i terrazzamenti e i boschi. Superata la chiesa la strada diventa sterrata e si inerpica sul monte. Qui ci sono le cassette delle lettere delle case fuori mano, dove il postino non arriva. Erano abbandonate le case e poi comparvero le cassette e sopra i nomi norvegesi o tedeschi, stranieri che arrivavano, compravano, ristrutturavano e affittavano o vendevano.

L’idraulico fu il primo a farne a suo modo le spese, lo accolsero a riparare un tubo tre norvegesi seminude, ebbe un sussulto disse, non era abituato. Se non ci credevi trovavi il numero della famiglia sull’elenco telefonico, facevano Kulø di cognome, con l’ironia che sta nelle parole. Fu il primo agguato di un mondo che stava cambiando. Durante la mia infanzia al paese erano rimasti i vecchi, goccia a goccia caddero i ‘piovuti’, poi arrivarono gli stranieri e quindi i professionisti in cerca di aria buona e casolare, possibilmente con giardino.

In questo volgere di passaggi il paese non c’era più, si era nascosto dentro sé stesso, dentro ai gradini, alle pietre, alle foglie, agli alberi di caco, morto il parroco e la chiesa chiusa. C’erano due circoli, Acli e Arci, il primo chiuse e fu accorpato all’Arci, con lo sgomento di chi diceva che gli sarebbe toccato bere il caffè con i democristiani. Infine chiuse anche quest’ultimo, fuori c’è ancora l’insegna con la falce e il martello, con scritto Partito Comunista. La Misericordia ora ne ha ricavato dei miniappartamenti.

Il paese era cambiato, si vedeva dall’andatura, lo attraversavano altri modi di camminare, guardare, incedere, soppesare. Mancava la pausa, quel trattenere il fiato, quel sorridere degli occhi, fresco e schiuso come un fiore di ciliegio, e mancava lo sguardo torvo, che è quasi una minaccia, appresa in secoli di legame stretto con la terra. Mancavano le “Eh…”, mancavano alcune specifiche parole che non ho mai imparato e i verbi coniugati male, “enno volsuti andare” avrebbero detto, “sono voluti andare”. Mancava quel senso di ritrovo, le signore sedute fuori dall’uscio a prendere il fresco nelle sere d’estate. Ha chiuso anche il frantoio e non si è più fatta sul campo la festa dell’olio. Non si è più celebrato il momento sacro, la raccolta delle olive, il macinare, lo spremere, immaginare la resa, ingannare l’attesa parlando della mosca, fino allo sgorgare di quel rivolo d’oro. La commozione malcelata, come dopo un parto faticoso. Il rito laico dell’olio.

Il paese ora è un posto dove andare ad abitare continuando a lavorare in città e continuando a portare i figli nelle scuole di città, perché quelle di paese non sono buone. Io la scuola l’ho fatta in paese, scendevo sotto, a Calci, al comune con mille persone. Il mio paese si chiama Montemagno, è una frazione sui Monti Pisani, monti così antichi che assomigliano a colline. In città sono andata a fare il liceo e i compagni mi hanno chiesto “da te si arriva col treno?”. In città da ragazzi non si ha idea del paese, e viceversa, c’è da spiegare anche l’ovvio, che ci arrivano pochi bus, tutti vuoti e troppo grandi, si incastrano tra i muri delle case, perché l’unica strada che c’è è stretta.

Il paese è dove si impara a guidare, se si incontra un’altra macchina c’è da fare marcia indietro, in salita o in discesa, fino a trovare uno slargo tra i muretti a secco. L’amministrazione fece mettere in prossimità di una curva uno specchio convesso, per vedere l’eventuale macchina che arriva e fermarsi in tempo. Cerchione, non capendo l’uso pertinente al codice stradale, commentò: “l’hanno messo troppo alto per potersi pettinare”. Lui aveva già in mente la città, usciva la sera con la macchina rombante e la giacca di pelle, toglieva di tasca il pettine, abbassava il finestrino e si pettinava allo specchio convesso allungando il collo. Non si guardava indietro, forse non usava neanche gli specchietti retrovisori.

Il paese se lo guardi all’indietro non sai mai dove si ferma, se ai tuoi ricordi di bambino, ai racconti dei vecchi o a cosa è scritto nei romanzi. Il paese guardando all’indietro non si ferma, si prolunga in filari di anni, di storie e di vigne.

“Il paese è” non è una frase corretta, il paese non può essere una generalizzazione, sta nel distinto, nel particolare, nell’eccezione.

Il paese si racconta a pezzetti, sta nei vuoti.

Il paese è un sospiro lanciato da un crinale.

 

(*) Regista, performer, autrice, direttrice della compagnia Azulteatro

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