sotto salerno

metto qui un pezzo che è uscito oggi sul Manifesto

La paesologia vuole l’inverno. E vuole una luce che ti fa vedere lontano. Mi avvio verso la piana del Sele e già dispero per questa mia giornata. Fa caldo, penso che avrei fatto meglio a mettermi i pantaloni corti. Faccio fatica a scendere dalla macchina e piazzare il cavalletto. Cerco di filmare qualche scorcio di Irpinia per il mio documentario. Ormai sono molti mesi che non viene una giornata con la luce giusta. La diga di Conza pare un foglio d’alluminio, il verde è avvolto in un’afa ostinata che fa sbiadire ogni cosa. Dopo un paio di tentativi smetto di piazzare il cavalletto. Punto direttamente verso la piana. Riprendo la video camera solo davanti a una pompa di benzina. Mentre mi fanno il pieno inquadro il borgo di Quaglietta. È un’immagine aguzza, con la torre che pare un dente rotto. Mentre mi piego sento che la mia spina dorsale è provata da anni di posture scorrette. Oggi mi fa male più del solito anche il ginocchio. Mancano solo i bruciori dell’anima. Mi sento un saldo di fine stagione. Volevo portare mio figlio con me, ma all’ultimo momento ha rinunciato. La paesologia non è una scienza per ragazzi. Uno scrittore irpino, replicando a un mio articolo, scriveva che ai ragazzi Vasco Rossi interessa più degli orti e della paesologia. E poi la storia del cantante che è un poeta e che parla al cuore dei ragazzi (che però lo vanno a sentire coi soldi dei genitori). Ho scritto un altro articolo prima di partire cercando di ribadire le mie tesi. L’ho scritto semplicemente perché dovevo aspettare la decisione di mio figlio. Alla fine sono partito molto stanco. È strano sentirsi alle dieci del mattino già alla fine della giornata. Non è che ho la presunzione di sapere quello a cui vado incontro. È che sono un poco stanco di andare in giro in questa perenne foschia da cui spuntano solo macchine e palazzi. Forse siamo in un incubo, forse il mondo non è così, ce lo stiamo sognando, forse non ci sono veramente tutte queste macchine e questi palazzi. In Italia ci sono case per trecento milioni di persone, ti spuntano davanti dappertutto. E dove non ci sono quasi ti sembra strano. Adesso sono in una piccola via parallela all’autostrada. Sto cercando un paese che si chiama Campagna e arrivo vicino a una discarica. Prima della discarica ho visto una volpe e ho pensato almeno una decina di volte che devo stare più attento, queste strade piene di fossi che non portano a niente, servono solo a rompere la macchina. Dopo una decina di chilometri di una campagna poco notevole ecco che spuntano le prime case. Ora la strada è più grande. Una trattoria della nonna è seguita da un’altra intitolata a Lord Byron. Sono in un posto che si chiama Galdo. Mi fermo in un supermercato per il panino. Mi sembra di aver fatto la prima cosa sensata della giornata. Immagino di essere alla periferia di Campagna. Ora sono in un diluvio di palazzine. Mi viene da pensare che è una periferia scatenata. Mi viene questo aggettivo e intanto penso alla calura, penso di nuovo che dovevo mettermi i pantaloni corti. Guardo e recrimino, recrimino e guardo. A un certo punto immagino che debba cominciare il paese e invece la periferia è sola, è un corpo staccato, il paese devo andarlo a cercare più in alto, dietro i tornanti della montagna. Eccolo, anche qui palazzine, ma in un sistema più fitto, strade strette e tortuose, un fiume in mezzo al paese, le chiese, il senso di case che si allungano per sfuggire all’ombra. Il paese è stato manomesso dalla ricostruzione post terremoto. Spesso in            queste case di cinque piani abita una sola persona. Il resto si apre in estate. È il patrimonio di chi se n’è andato. Quelli che vivono qui si sono accampati in massa nella frazione che si chiama Quadrivio, una frazione con seimila abitanti. In tutto a Campagna sono quindicimila, ma nel paese vero e proprio non ce ne sono neppure duemila. Un altro esempio clamoroso di diserzione dall’antico. In passato qui ogni tanto si deviava il corso del fiume per pulire la via principale dalla merda degli animali. Adesso l’evento si ripete per i turisti nei fine settimana estivi. Adesso per me ci sono i manifesti funebri, il manifesto di un politico di centro destra che ci tiene a far sapere che ha fatto inserire il paese in un progetto per il turismo religioso. Scatto qualche fotografia e chiedo la strada per Eboli, non ho altro da fare che andarmene. È ora di pranzo, quel poco che c’era di aperto ha già chiuso.

Eboli arriva subito, in certe zone non si va da un paese all’altro, ma si è dentro una successione di case più o meno disordinata. Sono a Eboli e penso a Carlo Levi. Non so se adesso darebbe lo stesso titolo al suo libro. Qui sono quasi quarantamila persone. Il paese è tutto pieno di filamenti festosi coi colori della squadra locale. Il calcio è un modo di gareggiare con altri paesi. Io sono in serie C, tu no. Il calcio significa un presidente che quasi sempre è un costruttore, uno a cui la politica non può dire no, perché il calcio è una cosa che conta, non certo il museo archeologico nazionale a cui faccio visita dopo aver mangiato il mio panino nella parte vecchia del paese (che ovviamente sta in alto e che serve alle coppiette per appartarsi). Ci sono delle belle chiese e c’è una natura rigogliosa. Insomma, a rigore dovrebbero essere questi i luoghi più frequentati e invece il paese è laggiù in mezzo alla strada e alle palazzine. Lo svincolo, la rotonda, il supermercato, i cartelloni pubblicitari, ecco dov’è il centro. Il museo mi parla di un’altra storia e non è un caso che oggi la mia è l’unica firma nel registro dei visitatori. Non si paga nulla per entrare e non entra nessuno. Più facile entrare a Battipaglia, cioè in un altro sistema di palazzi. Qui sono cinquantamila. Un secolo fa erano poche migliaia, ma la piana del Sele è fertilissima e ha accolto molta gente dai monti del Cilento e della Lucania. E poi negli anni sessanta sono arrivate anche le industrie. Nel 1969 ci fu una rivolta per la minacciata chiusura di due industrie che davano lavoro a metà della popolazione. Battipaglia fu duramente colpita anche dalla guerra, ma ormai queste sono storie lontane. Adesso il presente è la strada che porta verso Salerno, cioè verso altre case. E non serve a niente prendere la via dei monti. Anche il primo paese che compare, Olevano sul Tusciano, mi appare come un desolante grappolo di palazzine. Un paese fatto di frazioni, senza alcuna traccia di arcaico. In mezzo agli ulivi e alle colline la presenza delle palazzine è ancora più stonata, mette ancora di più in risalto che sono in mezzo a un delirio, la mia regione è un delirio, la realtà è un delirio e avrebbe bisogno di un ricovero. Ma chi può guarire la realtà? Possiamo mai farlo noi che ci siamo dentro e abbiamo confuso la realtà con il mondo? Abbiamo spianato il mondo, lo abbiamo reso un condominio di convalescenti.

A Battipaglia non scendo dalla macchina. Con la calura questi luoghi diventano impraticabili, sono luoghi che si possono vivere solo con l’aria condizionata. Il caldo aumenta il disagio che procura il traffico, un traffico che non dà scampo. Finito quello di Battipaglia arriva quello di Bellizzi e poi ecco Pontecagnano. Non è più un paese, è una sorta di Salerno sud, un prolasso urbanistico dell’antica città campana che ha trovato verso sud l’unica vera strada per allungarsi. A Pontecagnano c’è un parco archeologico gestito da Legambiente. È qui che alle otto di sera ci sarà la proiezione del documentario sul mio mestiere di paesologo. Mi sono appena disteso su una panchina ed ecco che arriva Nanosecondo, così si fa chiamare un mio amico che vive qui e che viene spesso dalle mie parti per partecipare con entusiasmo alle attività paesologiche.

Si riparte. Nanosecondo mi porta in alto a vedere la piana del Sele. Il mare non si vede, si vede il mare di plastica delle serre. Andiamo a prendere qualcosa al bar. Vedere dei ragazzi che giocano a carte mi procura un filo di pena. Il mio amico racconta delle teorie di un tedesco che parla della malattia come una forma di guarigione. Lui lavora in ospedale, ma non prende medicine. In passato faceva il sindacalista, ha pagato di persona alcune denunce e ora si limita a fare l’impiegato senza un vero e proprio luogo di lavoro: il medico gli ha certificato che il luogo in cui dovrebbe svolgere la sua mansione è insalubre, praticamente gli ha certificato che può starsene all’aria aperta. Questa mi pare una tipica storia meridionale e la colpa non è certo del mio amico.

Intanto c’è ancora tempo per arrivare alle otto. E Nanosecondo punta su Salerno, vuole farmi vedere il quartiere dove è nato e ha vissuto, un quartiere che adesso è una strada, una spiaggia diventata uno spiazzo pieno di container. Questo piccolo tour della nostalgia ci costa un’ora e mezza nel traffico, ma è un costo a cui da queste parti sono abituati. Quando torniamo al parco di Pontecagnano sono sfinito. In attesa che arrivino gli spettatori, vado a riprendere posto sulla panchina che avevo lasciato il pomeriggio. Non c’è pace, neppure questa volta, mi chiamano perché è ora di cominciare il dibattito. Si parla di me, del mio lavoro, ma io non ci sono. Mi chiedo come è possibile che mi sono concesso un altro viaggio nell’estenuazione, nello sfinimento. Tra gli ospiti della serata c’è il mio amico Isaia Sales che dice cose lucidissime sul passato e sul presente della Campania. Tutti i relatori concordano sul fatto che bisogna fermare l’assalto al territorio. Il pubblico è numeroso. Sarebbe il caso che mi sentissi bene e invece non faccio che pensare al fatto che questo mio andare in giro mi ha stufato, che dovrei starmene fermo, in disparte, come ho fatto per tanti anni. Mi riprendo solo verso la fine della serata, guardando qualche scena del film. A un certo punto provo un filo di gratitudine, non verso gli altri, un filo di gratitudine per quel che ho fatto. In fondo me la sono guadagnata tutta questa stanchezza. E tutte queste giornate infilate in una qualche forma di malessere, sempre uguale e sempre diverso. Il malessere del viaggio di ritorno è un po’ di freddo alle braccia. Non mi va di fermarmi per mettermi addosso qualcos’altro, accendo il riscaldamento. Ecco il breve paradosso notturno dopo una lunga giornata d’afa. Per qualche motivo la giornata è sempre imperfetta. Se vado fuori è un continuo oscillare tra il caos e la desolazione. Se resto dentro non posso che vagare tra le mie inquietudini. In me non c’è una sedia dove stare al fresco senza far niente. Sono nella bolgia degli impazienti, sono in un piccolo inferno che mi sono costruito con le mie mani, poco alla volta, pazientemente.

franco arminio



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5 pensieri riguardo “sotto salerno

  1. nel caso ci fosse qualche amico lucano
    domani 22 luglio sono a san fele alle 21.30.
    avrò un dialogo, tra gli altri, anche con il presidente della Regione.
    In Campania una cosa del genere è inconcepibile.

  2. mi è venuto in mente di quando due anni fa ero con i miei genitori a bisaccia e un pomeriggio gli proposi di andare a contursi. saltai per sbaglio il casello e uscii a campagna, proprio quel giorno c’era la famosa festa dell’acqua. poi scoprimmo un bell’agriturismo. insomma mi è venuto questo ricordo. campagna è una bella cittadina, meriterebbe più notorietà

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