il mestiere più antico del mondo

 

di franco farinelli

Da piccolo una volta ho portato, a scuola, le orecchie d’asino. Era una cuffia o meglio una calotta di stoffa nera con due verticali protuberanze che s’indossava come un copricapo, e sulla fascia che a metà copriva la fronte, ricamato in bianco a stampatello, la formidabile scritta: ASINO. Così conciato si veniva condotti in giro per tutte le classi, sistematicamente mostrato agli altri alunni come esempio disdicevole di incapacità di comprensione più che di comportamento: in quest’ultimo caso la pena sarebbe stata diversa. In realtà ci voleva poco a capire che tale berretto era la versione lievemente modificata di quello che ogni giorno indossavano le stesse suore che ci insegnavano: bastava togliere il velo e aggiungere gli spuntoni (a metà tra le orecchie vere e proprie e le corna) e il quasi diabolico berretto era pronto. Non ricordo quale fosse, quella volta, il motivo di tale punizione. Ma in generale era allora asino, nelle scuole del nostro paese uscito da poco dalla guerra, chiunque rifiutasse di comprendere le cose come era normale comprenderle, chiunque fosse, a dispetto delle tenera età, portatore di uno sguardo differente sul mondo, tutti coloro che rifiutavano il sapere normale e normativo. La distinzione tra i bravi e i somari (come capii molto tempo dopo) passava proprio attraverso tale rifiuto, e segnava la differenza tra chi, comportandosi secondo convenienza, accettava la comune versione delle cose e chi invece, rifiutando ogni strumentale atteggiamento, faceva resistenza e puntava invece addirittura alla verità.

Questo è infatti quello che dice il mito del duello musicale tra Apollo e Marsia: l’arbitro, il re Mida assegna la vittoria non al primo ma al secondo, e perciò viene punito con le orecchie d’asino e il supplizio di mutare in oro tutto quello che tocca. Curioso castigo, anche se più lieve di quello che tocca a Marsia, che viene spellato vivo. Ma intanto domandiamoci: chi avrebbe preferito al dio dell’armonia un semplice gigante, chi di fronte alla divinità musicale per eccellenza avrebbe prescelto un quasi comune mortale se non qualcuno assolutamente disinteressato e in buona fede, dotato un’onestà a prova di ogni lusinga e di un’indipendenza di giudizio a prova di ogni corruzione – oltre che di un orecchio da autentico connoisseur? Le orecchie appunto, che nel caso di re Mida tramutato in asino diventano le sue dita, in grado di mutare nella cosa più preziosa tutto quello che toccano. Non lasciamoci ingannare  da chi ci racconta che in tal modo Mida morì di fame, per non poter portare più cibo alla bocca, come non gli asini ma gli stupidi ci dicono: figuriamoci se un re non aveva chi l’imboccasse. Ma appunto: gli stupidi si fermano subito, e traggono dal mito il primo banale significato possibile, e se ne accontentano e se lo ripetono orgogliosi della propria superiorità, convinti di aver capito tutto, che è sempre l’errore degli stupidi. Gli asini no,  perché hanno davvero compreso la lezione di Mida, che consiste nella scoperta che il mondo non si compone di cose ma di processi, cioè di continue mutazioni di una cosa nell’altra, e proprio per questo dobbiamo continuare a credere che una verità esista, e che valga la pena cercarla e tentare di afferrarla, anche se sappiamo che non sempre ci riuscirà.

Straordinaria saggezza, la stessa di chi finalmente comprende, ad esempio, l’autentico significato di un altro detto che filisteicamente si ripete senza più riuscire da un pezzo a capirlo: Errare humanum est, diabolicum perseverare. Che non significa, come normalmente si crede, che un errore è umano commetterlo, ma non di più. Al contrario esso vuol dire che a commettere un solo errore sono capaci tutti, ma per perseverare nell’errore, cioè lungo la strada giusta che normalmente non si percorre perché sembra che non convenga, bisogna avere forza, resistenza e capacità non umane ma diaboliche. Che forse soltanto coloro che da  piccoli hanno indossato il berretto dell’asino possono avere.

Non a caso quando Le Corbusier si convertì all’elementare e rozza  sintassi spaziale (alla rettilinearità e all’ortogonalità che appunto gli asini ignorano) rimproverò a Camillo Sitte di preferire il contorto cammino dei ciuchi. Sitte andava allora riscoprendo, amorevolmente e con estrema finezza (chiedendosi ad esempio dove in una piazza i bambini di solito  costruissero d’inverno i pupazzi di neve)  la prespaziale logica strutturale della città medievale: proprio quella che oggi si tratta di tornare a sollecitare, perché  al tempo della Rete lo spazio ha un ruolo sempre più residuale all’interno del funzionamento del mondo. Perciò, anche per questo, siete tutti invitati alla terza edizione del Festival dei Sensi che dal 26 al 28 agosto si terrà nella pugliese Valle d’ Itria tra Martina Franca, Locorotondo e Cisternino: dove intorno agli asini del luogo tanti altri asini oltre chi scrive (a caso: Joseph Rykwert, Ruggero Pierantoni, Franco Cassano, Franco Arminio, Hidenobu Jinnai, Corrado Barberis, Dino Borri, Mario Marenco, Rahmin Bahrami, Franco Prodi, Pietro Laureano, Andrea Segrè, Maria Giuseppina Muzzarelli ) si interrogheranno su come il mondo funziona: sui luoghi, i paesi, le città, l’acqua, la musica, la scienza. Venite tutti: vi è grande urgenza di rivisitare i luoghi e le espressioni comuni e rovesciarne il significato, se ancora vogliamo mantenere aperta la scommessa di comprendere quel che ci sta intorno e le sue mutazioni.

da doppiozero

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