Topografia dei venti

di antonio d’agostino

il paese ancora , seduto come un soldato esangue , sempre allo stesso posto , nelle stesse cantine buie , gli stessi nascondigli per i ladri , ancora lui nel richiamo dei dormienti , che scivolano come nastri per la piazza dei caduti un lungo mese , un ricovero in cui trovano riparo i contadini
senza tasche per custodire il fazzoletto del pianto , loro hanno patito l’arrivo della lontananza
la lontananza portata dai venti , in un luogo in cui le mura offrono ombra ai vagabondi, un ombra
che riduce le vesti in polvere, le ossa nel sogno rosicate dai cani, ancora polvere
ancora ombra, nel cortile in cui il nespolo sprigiona il suo andamento timido per resistere al vento
questo vento elementare che semina parole sui calendari appesi nelle camere delle vecchie signore
senza marito, loro fortunate nel sentirsi parte di una strada che calpestano come un rosario
incamminate verso l’opacità della preghiera, che , baluginante, nella chiesa sale verso la quiete
inconsolata degli angeli che a grappolo barocco nell’immobile intonaco mostrano la loro sordità

ma il vento oggi è padrone , delle case vuote , della disperazione silenziosa del bambino annoiato
oggi è come se il vento raccontasse il mondo, portasse la tosse alle facciate grige di questi luoghi senza grazia, dove la miseria è nei camminanti senza punto obbligato, che rifiutano la cortesia
dei vecchi, per un pezzo di ombra tremolante, come il loro piede che non sa posarsi a terra sempre
un po’ sospeso tendente verso l’irrealtà è qui che si frantumano i vetri, che muoiono
temporali che lontano acclamano il mondo, è qui che si radunano le ombre, che a strati osano
ridare spirito alle pietre come se le pietre fossero l’unico indizio della storia , una storia rosicata
dalla fame del cercatore d’ ore, quelle ore che restano come calcinacci atterrite nei pressi
di un edificio senza occhi, niente da fare, è il vento oggi a dettare l’andamento delle piante
e dei minuti che si arrestano nell’anima , l’anima se c’è , è una foresteria che accoglie dei venti gli affluenti, sempre più carichi di voci grossolane, sassose e ritornanti.

Nella mia stanza il vento non arriva, non scombina il ripiano di scrittura, i fogli sono pesanti
di parole annerite dal fumo, il gioco è povero, è un gioco a perdere, anche questo fare e disfare nodi nella fitta rete, che apparecchia nell’aria la sassaiola della memoria nessuna
attenzione, solo passo solingo e atterrito, un riemergere vegetale, nominativo un CORPO
che nasce e muore nello stesso spazio in cui lo penso, non riesco a denunciarlo, non ci provo
è tutto scritto, nella lettera coperta di calce, l’affresco sotto sotto tiene ancora il colore mostra i tratti
appena della sinopia, e anche le crepe, i rigonfiamenti e le tracce impastate di fieno e pidocchi.
Oggi il vento è il padrone del circondario, forse forse reciterà fino in fondo il suo calvario, porterà in questi luoghi la manna inattuale creaturale dell’abbandono L’anima è in questo pozzo,
SECOLARE

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