diario irpino

Antonella Tarpino per Comunità Provvisorie

Fine settembre, primi ottobre: Da Pomigliano d’Arco (passando per Bisaccia) ai paesi abbandonati di Carbonara e Conza della Campania.

Aereoporto di Caselle: il profilo rotante di una Freemont (tra gli ultimi modelli Fiat, dove è evidente che il design di Giugiaro si è involato in Germania) mi ricorda che la prima tappa del breve viaggio in programma è a Pomigliano d’Arco, la festa della Fiom: la seconda, che mi preme particolarmente, l’Irpinia. Sono già stata in Irpinia, a Cairano, la prima volta, partecipando al Festival del 2010 e incontrando Franco Arminio; qualche mese più tardi risalendo da Sud ho puntato su Calitri, ricordo le maschere apotropaiche sui muri delle case antiche, la targa con le parole di Francesco De Sanctis, le vie strette e colorate. C’è un’atmosfera particolare che mi attira di questa regione: aspra, ventosa (come sottolineano le braccia dalle movenze ritmiche delle ubique pale eoliche) di continuo contraddetta però dalle curve smussate dei prati e dai verdi e gialli sfumati del paesaggio. Torno: anche perché da un po’ di anni mi occupo della memoria dei luoghi abbandonati e ho una meta precisa. Anzi due: Conza della Campania e Carbonara. Conza, so che l’avrei visitata da quando ho scoperto che il terremoto del 1980 ha riportato in superficie l’antico Foro romano. Interi abitati che rovinano al suolo mentre millenarie rovine ritrovano una nuova, pur inerte, esistenza. Un gioco crudele quello del terremoto, mi è parso, che gioca con la vita degli uomini così come con le successioni della durata e del tempo. Mi interessano profondamente per capire la differenza tra i tanti abbandoni a lento scorrimento che ho visto fino ad adesso tra le Alpi piemontesi e la Liguria ma anche in Calabria o tra i caseggiati rurali in declino della Bassa padana (non Padania) e gli abbandoni da terremoto. E quanto questo condizioni la qualità della memoria, la percezione del senso del proprio territorio, dato dalle tracce della storia, per chi ci abita. A tutto questo penso quando, svelando subito la mia prossima destinazione, scopro che il delegato della Fiom Napoli che ci accoglie è di S. Andrea di Conza. Il terremoto ha cambiato la vita anche a lui, nei giorni della solidarietà tra le macerie. Lo ha fatto anche diventare da democristiano a comunista. Carbonara, l’ho scoperta invece dalle pagine dei libri di Franco, tante volte riletti. L’antica Aquilonia, distrutta da un terremoto più antico, quello del 1930, e teatro ancor prima, negli anni dell’unità d’Italia, il 1860, dell’eccidio dei cosiddetti gentiluomini. Di Carbonara,

esiste, tutta da scoprire per me, una memoria sdoppiata: le nude rovine e un importante museo della civiltà contadina (cioè di chi ci viveva). Per il momento l’eccidio lo lascio tra parentesi, anche se mi sembra un altro tassello importante, come si evince dalla legenda che indica la scarpata in cui i notabili assassinati (più un bambino) sono stati gettati. Non è una metafora: per me che sono storica di origine (medievista) i luoghi abbandonati mostrano più degli altri le impennate del passato, chiamati eventi. Qui sono visibili a occhio nudo, come fossero rimasti impigliati tra le pietre. Terremoti a loro volta. Nella tabula rasa di quei deserti dolenti le cose che sono successe rimangono in evidenza, tra gli scarni residui del tempo. Forse a monito, per le popolazioni, della violenza umana, non solo della natura, che si ripete.
Le rovine evocano di per sé un mondo morale, me lo ripeto sempre con le parole di Simmel, il sociologo tedesco dei primi del Novecento in un suo saggio folgorante. Ecco perché rappresentano, nel caos delle stratificazioni e sventramenti edilizi che hanno sfigurato l’intera penisola, la memoria più immediata dei territori. Che non deve essere persa: andrebbe anche solo per questo tutelata, anche solo magari per poter essere interrogata.
Certo qui, in particolare, il nuovo della ricostruzione ha mostrato la sua faccia più mortifera, raggelante. Quasi surreale, vien da pensare, scorrendo a casa di Franco, a Bisaccia, le immagini della piazza nuova di Teora, utilizzata dagli abitanti quasi esclusivamente per svoltare con la macchina. Agghiacciante a Conza: una spianata di cemento, chiusa tra la chiesa e il porticato squadrato: al centro un monumento con due sagome in cristallo verde che erompono da un cratere squassato. A lato della Chiesa, la vecchia campana, deposta al suolo. E’ vero che la Sella di Conza, lo avevo letto, è stato l’epicentro del terremoto ma il paese ricostruito sembra esibire, non so quanto volutamente, le parvenze di un grande sito cimiteriale. Imbiancato di fresco, la memoria interrata. “Bisogna forse viverlo di più” confida, a disagio, la responsabile del museo di Conza, Filomena. Conza nuova. Ma, per andare in ordine, torno con la memoria a Carbonara, il primo degli “abbandonati” irpini che ho visitato. Un’emozione è stata scorgere nel vuoto delle facciate conservate (quasi quinte teatrali) il paesaggio e le colline (con tanto di pale in lontananza) circostanti; ma c’è un vecchio, ho pensato, che sembra aver le stesse caratteristiche del nuovo. Edifici belli da vedere anche se monchi ma troppo levigati: dal tempo forse, l’antichità del terremoto che l’ha distrutta, e, anche, da un restauro un po’ greve. Alla fine ciò che aleggia nell’atmosfera è la storia dell’eccidio dei galantuomini : erano notabili “progressisti” filogaribaldini, spiega la didascalia che indica la direzione della fossa/scarpata. Al museo l’accento mi sembrava posto invece più sul loro carattere di proprietari fondiari vessatori e iniqui. E’ vero che le due cose non si escludono (pur reduce, come sono, da un anno e più di battage sui 150 anni). Conza vecchia è proprio un’altra cosa, per rispondere alla domanda che mi ero posta venendo tra queste rovine. Lì ho capito in tutta la sua drammatica violenza l’unicità dell’abbandono da sisma. E non solo, come immaginavo, per la struttura dello strappo interno agli edifici: certo le pietre che a cascata occludono le scale, o i reperti del modernariato (schermi televisivi, computer) tutti a testa in giù, le ante sempre inequivocabilmente spalancate, sotto l’urto di un movimento irresistibile o ancora le pagine dei libri finite innaturalmente nei lavandini. Dettagli. Ciò che non capisco subito, ma poi mi è evidente man mano, è il significato di ciò che Filomena indica con “la scomparsa della verticalità”. Salendo per l’antica strada principale, gli edifici smarriscono ogni copertura, sembrano (indifferentemente medievali o molto più tardi) le scacchiere a rete di algidi scavi archeologici. Nulla è rimasto in piedi, il foro romano si staglia di fronte ai resti rimaneggiati dell’antica cattedrale, ma lo stacco è relativo. Le colonne romane pur monche segnano, è vero, la differenza, e per di più il livello del paese, con il violento sisma, si è abbassato. E’ sorprendente comunque il gioco e lo scacco dei tempi. “Effetto domino” è l’espressione che Filomena usa per descrivere il crollo simultaneo delle abitazioni. Solo gli archi, le volte, si sono salvati perché più elastici, flessibili, capaci di distribuire meglio la violenza della scossa. Che cosa c’è da ritenere allora nella memoria dopo un’ esperienza limite come quella che si è provata a Conza? I suoi fasti nell’età romana, o ancora prima il tracciato di antichissima fattoria sannita, le linee eleganti del barocchetto napoletano della Chiesa, o i più prosaici cerchi delle botti, unica traccia del lavoro umano che è rimasta… Non molto, sembra, per i gruppi locali. Alcuni dei vecchi abitanti (li immagino immersi nel cemento biancastro del paese nuovo) tornano solo a Natale con l’uso di fare dei presepi viventi. Tornano anche i bambini, con i nonni.
Forse io faccio troppo in fretta a parlar di memoria: questa di Conza, mi vien da considerare, è un esempio drammatico di “memoria protetta”, esperibile solo in forma ritualizzata. Solo in certe occasioni, con la copertura universalizzante della religione. E’ vero che il presepe vivente evoca una natività (non la resurrezione) di vita però a Conza se ne vede ben poca. Si può osservare, questo sì, la stratigrafia di un passato forse ancora caldo: i ciottoli in pietra, ora a vista, che riempivano i dislivelli tra un gradino e l’altro, le tracce difformi dei materiali che nei secoli, venivano reimpiegati per costruire o ricostruire gli edifici. Case fatte di resti di case, materiali fragili, vulnerabili, che non hanno minimamente resistito con la loro superficie porosa, all’impatto del sisma. Memoria lavorata e saldata nella pietra, anno dopo anno, ininterrottamente, concludo con amarezza, che ha tradito gli abitanti di Conza. Forse, qui la memoria è ancora una materia pericolosa, non così facile da maneggiare. Chissà che ne pensano Rocco, il proprietario della trattoria di Andretta che ha preferito ricordare con una lapide non il terremoto ma gli emigranti che non sono mai tornati o l’entusiasta cicerone del museo Tartaglia di Carbonara che racconta con fervore gli usi antichi e la vita quotidiana dei contadini irpini. Forse dando ragione a chi pensa, come Franco, che il terremoto ha impresso più che altro una spinta (per violenta che fosse) a un mondo già in patente sparizione.

3 pensieri riguardo “diario irpino

  1. L’abbandono da terremoto è un abbandono autistico. Siamo qui. Viviamo poco distanti da quelle pietre, ma non c’è più nessun rapporto. Quella memoria è stata lapidata.

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