gli indignados delle panchine

questo è il pezzo uscito sul manifesto di oggi. credo che questo nostro blog sia rivoluzionario e interpreti una rivoluzione appartata, l’unica che può cambiare veramente le cose. sto meditando di scrivere un mini saggio proprio con questo titolo: la rivoluzione appartata….

franco arminio

Sulle montagne la crisi c’è sempre stata e quindi si sente meno che altrove. Sulle montagne è normale lamentarsi e i lamenti di questo periodo non hanno niente di speciale. Lamenti, appunto, e non indignazione. L’idea nei paesi è che quelli che stanno in Parlamento sono comunque nemici. La politica viene considerata sempre una cosa losca e si cambia idea solo quando arriva qualche favore. La Democrazia

Cristiana aveva impostato su questo modello il suo successo: tanti notabili sparsi sul territorio che avevano il compito di stornare soldi dal centro verso la periferia. Lo chiamavano assistenzialismo, in realtà era il popolo che assisteva la DC, garantendole una lunga sopravvivenza.

Con Berlusconi le cose sono andate diversamente. I voti li ha presi a prescindere dai notabili locali. Anche lui ha fatto tante promesse come le faceva la DC, ma le sue sono promesse senza intermediari. Da una parte il cavaliere e dall’altra la gente. Adesso sulle panchine dei paesi il patto si è rotto. I vecchi non parlano di Berlusconi, ma se interrogati quasi sempre  pronunciano parole di disprezzo. E questo nonostante il fatto che molti di loro non leggono i giornali di sinistra e vedono quasi sempre il Tg1 e Rete Quattro. Le tende degli indignados sono una notizia che ai vecchi delle alture non è arrivata. Ma i vecchi sono saggi. Hanno capito benissimo che il vento è cambiato. La loro non è indignazione, è un misto di smarrimento e rassegnazione. Come se ci fosse una lontana memoria ancora attiva. Il governo italiano alla fine è sempre il governo che sterminò i briganti. E quello che vendette al Belgio gli emigranti in cambio di un sacco di carbone. E poi è il governo dei preti che non hanno mai pagato le tasse sui loro edifici.

Ieri ho parlato coi vecchi di Calitri, un paese vicino al mio. Lì ancora ce ne sono molti in giro. Al mio paese ormai la piazza è vuota. La gente abita al paese nuovo dove la piazza non c’è. Gli antichi se voglio vederli devo andare al cimitero.

A Calitri sono molto loquaci e hanno un po’ il gusto dello spettacolo come il loro compaesano Vinicio Capossela. Qui non si ragiona come a Ballarò. La lingua è piena di figure, l’italiano televisivo è un velo opaco che si squarcia in proverbi e sentenze buone per i diversi farabutti con cui il popolo se l’è sempre dovuta vedere. Pasquale dice che “Berlusconi a noi ci vuole far mangiare l’acqua sala e lui si frega il montone”. Michele dice che “voleva far scendere la luna nel pozzo e nel pozzo non c’è niente”. Canio, detto Bellino, sostiene continuamente che “fino a quando in Italia non ci sarà più cultura  in tutti non ci sarà niente da fare”. Per Litterio, invece, il problema è che “gli asini litigano e i barili ne fanno le spese”.

Buona parte dei discorsi sulle panchine riguarda il sesso, ma non ha senso usare il profilattico della traduzione. A Calitri ci scherzano anche un po’ su. Prima in pensione ci andavano solo le persone, adesso pare che in pensione siano i paesi. Nessuno dei vecchi crede che dopo Berlusconi arriverà un mondo nuovo. Eppure io vagheggio da un po’ di tempo una sorta di sessantotto delle montagne. Non si capisce chi debba farlo, ma sento che dai margini può venire qualcosa di nuovo. A patto che si riescano a connettere gli spiriti sparsi nei luoghi più sperduti e affranti. Ecco, la prossima manifestazione io non la farei a Roma, ma in tanti di questi luoghi. Bisogna connettere i giovani delle capitali coi vecchi delle periferie. Qui non si tratta di cacciare un dittatore, né di imporre il comunismo ai banchieri. Si tratta di ragionare su un mondo che così non può andare avanti, con o senza Berlusconi. Il vero nemico è l’ossessione della crescita, l’idea che il mondo sia una cava e la vita uno strumento per ricavarci qualcosa.

I vecchi di Calitri forse sanno meglio di noi che la vita è innanzitutto l’arte di passare il tempo, sapendo che alla fine si arriva sempre al niente da cui si è partiti. Forse non sarebbe male tagliare l’indignazione di questi giorni con un po’ di spirito leopardiano. Questo non per restare in casa a filare il disincanto, ma per fare una rivoluzione che non si è mai fatta: non contro questo o quel potente farabutto, ma contro quello che noi tutti siamo diventati, un’umanità egocentrica e velleitaria che dopo aver rovinato se stessa può solo rovinare il pianeta.

12 pensieri riguardo “gli indignados delle panchine

  1. complimenti per le acute osservazioni e per l’articolo. riporto qui un pensiero di un grande riguardo alla crisi. un grazie ad Enzo Tenore per avermelo fatto conoscere…

    “Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo.

    La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perchè è proprio la crisi a portare il progresso.

    La creatività nasce dall’ ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura.
    E’ nella crisi che nasce l’ inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
    Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.
    Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni.
    La vera crisi è la crisi dell’ incompetenza.

    Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni.

    Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia.
    Senza crisi non ci sono meriti. E’ nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora
    perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza.
    Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo.
    Invece di questo, lavoriamo duro!
    L’ unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla”

    Albert Einstein

  2. letto ieri sul manifesto , molto intenso commovente , ma non è solo poetico è politico … dalle montagne è ancora possibile guardare l’ orizzonte , qui in pianura è completamente celato dal cemento …..

  3. Caspita, uno dei migliori Arminio.

    La totale concentrazione verso i tuoi pensieri e le tue idee, svincolata da organizzazioni di manifestazioni ed associazioni varie, non può che farti e farci bene a tutti noi.

    Quest’articolo chiarisce con taglio accorato e limpido, ciò che è il nostro futuro: la costruzione di una nuova era , l’era dell’ambiente.
    Grazie Franco.

  4. Otttima idea da persegire e definire per i scritto.Ma io l’ho gia letto nei tuoi testi, nelle teu poesia ,nelle tue certoline.Certo è opportuno farne sintesi per i più distratti ,sordi,dubbiosi,inadeguati e …malevoli . La pesologia ha il vezzo di chiamrsi arresa,provvisoria ….ora appartata ma per pochi è un continuo pugno allo stomaco mentale e sentimentale.E ci sono ancora stomaci liberi e responsabili che non sono sedati dai vari “malox” della psicologia e intellettualità…..Io sto meditando il tuo ultimo e primo libro “terracarne” ed ho bisogno di tempo,di sedimantazione, di piacere cenetllinato della mente e del cuore.Le cose che ti cambiano in continuazione hanno bisogno di libertà e aria rarefatta….di monasteri immaginari e autogeni…… Alla paesologia non interessano i “non luoghi”degli spazi metropolitani privi di identità e di memoria ma soprattutto scarsi di relazioni. Dove vive una “collettività senza festa” e si soffre la “solitudine senza l’isolamento”. Si vive in un epoca del “tempo veloce, accelerato”.Il futuro è sempre più alle nostre spalle, in soggezione ad un presente che ci sommerge e ci virtualizza .E persino la storia è diventata un fatto mediatico.Il futuro non solo sembra senza senso e fine ma ci carica sopratutto di ‘paure’ e nel suo orizzonte esclude le categorie di ‘progetto’ e ‘speranza’.Paure economiche, sociali,ecologiche e perfino “metafisiche e religiose”.L’avvenire è rubato soprattutto ai più giovani. Una nuova rivoluzione scientifica e tecnologica toglie potere e crea esclusione in quelli che non si ritrovano in questi poli. La rivoluzione informatica aiuta e favorisce i meglio tecnologizzati e i già informati o i ‘giàformati’.
    .Il nostro “io” occidentale e moderno svuotato di senso è costretto a cimentarsi con i pieni dei poteri economici e culturali a cui ci eravamo abituati dall’Illuminismo in poi. C’è oggi la necessità di coltivare una ragione che si fa “luce” e si fà ‘compassionevole’ e ‘fraterna’ in un colloquio doloroso e difficile con le “ombre”, con l’assenza, col mistero, con il sacro, con gli esclusi , gli sconfitti con i luoghi abbandonati economicamente e terremotati interiormente o lontani dai centri decisionali dei poteri. Il suo compito precipuo e costruttivo è non solo capire e dare un nome alle cose e alle persone ma di suggerire altro.Creare aspettative e possibilità è già costruire presente e precostituire futuro. Ripropone una caratura politica molto complicata,complessa e sottile che va al di là del sociologismo astratto e il meridionalismo politologico e di maniera se pur nobile.E’ una richiesta di superamento ,filosofico direi, dell’Illuminismo non ideologico e dottrinale dove il rifiuto delle “magnifiche sorti e progressive”, delle utopie astratte e ideologiche e delle speranze universali e necessarie nel futuro ci impone una idea più che di recupero o di salvezza delle persone ,delle cose e della natura, di amore di esse ma non più per indicare il loro possibile futuro ma per la vivibilità del loro presente reale e per un rispetto per il passato che non passa e non ritorna nello stesso tempo. Punta soprattutto a far crescere una capacità personale di guardare e conoscere le cose e amarle disinteressatamente in sè stesse e per sé stesse. Una riproposizione esistenziale ,vitale e attiva della ’modernità’ non necessariamente contrapposta alla ‘antichità’ ma nella sua capacità intellettuale ed umana di vivere l’antico, il tradizionale, il periferico,l’emarginato, l’escluso,l’altro da sé insomma come un possibile “inizio”,curando una massima consonanza,intimità con i luoghi, le cose e le persone insieme orlando alla massima lontananza e alterità…………….e il viaggio continua………
    mauro orlando

  5. abbiamo costruito un bel luogo in poche settimane. e lo abbiamo costruito qui.
    la paesologia racconta la desolazione ma produce futuro….

  6. Sono qui tra voi, come uno di voi, uno che vi possiede e siede sulle vostre anime per rifiatare e continuare a camminare, Gaetano.

  7. nessun commento, per chi conosce minimamente la realtà dei piccoli centri, tutto ciò che è scritto nel blog di franco arminio è la rappresentazione di una realtà vera senza intermediazioni mediatiche e che difficilmente sentiremo raccontata dalla televisione o dai giornali; se posso aggiungere, rasenta la poesia

  8. fino a quando questa che ancora si fa chiamare umanità, e che altro non appare se non come un’accozzaglia di spiriti sovraesposti e deliranti nel loro guardarsi l’ombelico, non dismetterà i suoi panni, le sue posture, il suo finto equilibrio, i suoi commerci, le sue volgarità e le sue violenze quotidiane portate al Mondo, non vedo proprio nulla davanti a noi, né nei paesi né nel “centro”. il bene, forse, sta altrove, in ciò che non è “umano”, in ciò che è senza parole. forse il bene, quell’attimo di bene che qualcuno invoca, sta nel silenzio indifeso di chi non può parlare. credere negli uomini e nelle donne di questo tempo è un atto di ulteriore violenza. bisogna credere negli organi interni, nel sangue, nel cuore, nel fegato, nelle cose che ci accomunano a ciò che vive, e vive al di fuori e altrove da “noi”. ci siamo immunizzati dal Mondo e lo abbiamo odiato, perché lo abbiamo odiato. ci siamo immunizzati dalle emozioni, dagli impulsi, dal pudore, dalla pietas. ora che ci resta? un tristissimo threnos cantilenante in attesa di entrare in funzione come morti. oppure ci resta l’utopia, fuori dall’umano, dal troppo umano, fuori dall’intelligenza con la quale ci siamo trastullati. fuori dal nostro corpo e dalla nostra mente che non fa che girare in tondo, alla ricerca di altri sguardi, altre approvazioni, altre parole. noi invidiamo il Mondo perché il Mondo ha una sua voce, mentre noi, la nostra, l’abbiamo persa e non sappiamo più che dire per ritrovarla. forse la parola giusta non è “indignazione”, ma pietas, forse la parola giusta non è “umanità”, ma humanitas. o forse non ci crediamo nemmeno e parliamo, comunichiamo, ci dimeniamo come alici prese in una rete.
    forse è così, o forse no. ma io voglio credere in un’altra storia, in un’altra strada e in poche, pochissime parole vere.
    grazie, franco.

  9. Bellissimo, intenso, emotivo, passionale, estremamente condivisibile. Come sempre sai fare riesci a scrivere quello che tutti pensiamo ma lo fai con la facilità della donna che “nzuglia” coi ferri e la lana. L’umanesimo delle ontagne è già cominciato, per capirlo basta vivere per più di due giorni in qualsiasi grande città … noi abbiamo ancora la voglia di pensare, di fare, di sperare … Grazie Franco, grazie per quello che fai e per quello che ci doni

  10. Consumiamo ogni giorno senza pensare, senza accorgerci che il consumo sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio. E’ una guerra silenziosa e la stiamo perdendo… (Z. Bauman)

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