I Microliti di Celan

di antonio d’agostino

tutta nostra, non tutta storia; non tutta così strana.

«Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – e ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli a cristalli? Rifornimenti sembri attendere – donde dovrebbero venire, di’?».

In copertina: Anselm Kiefer, Danae, 2000 Courtesy of Galleria Lia Rumma

La lettura dei “Microliti” di Paul Celan  è un esperienza che ci riporta al limite stesso della scrittura poetica. Celan non è un poeta “accessibile” , le sue poesie sono solfeggiate come possibili tentativi per riportare in vita la parola, dopo un disastro che ha reso la

poesia materia oscura , non rintracciabile , in preda ad un enorme frastuono .

Celan , con la sua scrittura, prova a scongiurare l’affermazione adorniana dell’impossibilità di fare poesia dopo l’inumano di Auschwitz.

Celan raccoglie la parola come uno scampato tra le macerie di un terremoto; il suo è un rovistare tre i resti di un mondo che, sbriciolandosi ha reso pulviscolo, scoria, anche le parole che l’hanno  rappresentato.

Nei “Microliti” si esprime soprattutto in prosa con apologhi, versi corti e spezzati, aforismi. Il tutto, dopo la lettura, lascia un sapore difficile da trattenere,  sembra la sensazione di qualcosa che è andato a male nella credenza. Un enorme serbatoio in cui l’acqua si è ristagnata; e , in molti casi , solidificata . Questa solidificazione sembra essere l’intenzione primigenia del poeta: ripescare il verbo per ripristinare un contorno, un margine, una fisionomia al linguaggio. Nei “Microliti”  questo appare con più evidenza, che nei versi editi e inediti. In essi  il lettore entra con gli occhi nel laboratorio del poeta , imbattendosi in tutto ciò che sta dietro al suo mondo letterario : le incertezze del pensiero, l’attesa, le cose rotte lasciate in giro per la stanza; fino a cogliere il “respiro”, quel respiro che in tutta la sua vita ha tentato di sentire , senza mai trattenerlo , per aspirare a porre rimedio alla vita delle parole. Per non farle morire asfissiate, pur lasciandole rantolare sul foglio, dai vapori infernali del secolo . Per concedere a noi la possibilità di guardarle, fino a farcele entrare negli occhi per arrivare al tempio della nostra scatola cranica. In un suo aforisma dice : “Perchè anche  le parole non devono avere il loro  cimitero?”

In questo sta il potere orfico e tragico insieme del poeta rumeno: la parola è morta, ma con la poesia le possiamo dare una degna sepoltura. Spesso la  poesia è un cenotafio da contemplare in silenzio.

Paul Celan

MICROLITI
«Mikrolithen sinds, Steinchen». Die Prosa aus dem Nachlaß

A cura di Dario Borso

dall’edizione critica tedesca
di Barbara Wiedemann e Bertrand Badiou

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