Entroterra è il nostro dèmone

entroterra #8 – di Fridanna Maricchiolo (*)

frida

Sono nata e sono vissuta fino alla maggiore età a Catania, una città bella, moderna, grande e urbanizzata (così la consideravo prima di visitare decine di altre città europee) sul mare di una grande regione, la Sicilia. Per me l’entroterra (vastissimo in Sicilia, come il suo litorale) era sinonimo di chiusura e arretratezza. Il litorale, il mare mi dava garanzia di libertà, apertura, viaggio, possibilità, cambiamento. Con gli studi in Psicologia, l’interno ha cambiato per me significato. L’entro è l’interiore, la vera essenza di noi. L’introspezione è l’operazione di guardarsi dentro e conoscere se stessi. La consapevolezza di sé, delle proprie attitudini individuali, uniche e personali è, per la psicologia, la base per la maturazione e la crescita personale. Maturo in latino ha la stessa radice di felice: “arbor felix” è l’albero maturo che dà frutti buoni pronti da essere mangiati e seminati. La maturazione è il processo attraverso cui, nelle giuste stagioni i frutti si preparano e poi maturano; maturo è ciò che è pronto, arriva a compimento, a perfezione, a realizzazione. Per questo sono stata sempre convinta che la maturazione, in quanto processo (più che la maturità in quanto esito) coincida con la felicità. E per maturare, bisogna conoscere se stessi. Bisogna aver chiaro quali aspetti della propria persona occorre curare perché si attivi il processo e si realizzi l’arbor felix. Ci sono due ambiti della vita che consentono di definirci felici: la realizzazione delle proprie attitudini individuali e la costruzione di relazioni autentiche con gli altri.

Da 3 anni ho cominciato alcuni studi cross-culturali sulla felicità insieme ad un grande consorzio di istituti di ricerca di diversi paesi del mondo. Abbiamo considerato due tipi di felicità: indipendente (soddisfazione di vita) – tipica delle culture individualismo-centriche – legata alla realizzazione di sé e al raggiungimento degli obiettivi personali; e felicità interdipendente – tipica delle culture collettiviste – indirizzata alle relazioni positive e l’armonia con gli altri.  L’idea è che ci siano delle impronte culturali che indicano quale tipo di felicità perseguire. Ho voluto adattare queste ipotesi anche alle micro-culture del nostro Paese con l’idea che ci siano differenziazioni culturali legate ai luoghi in cui si vive e che queste influenzino il livello di felicità e benessere delle persone. In studi precedenti si è visto che le maggiori differenze culturali in Italia non sono tanto tra Nord e Sud, quanto tra grandi città e piccoli comuni. Quello che abbiamo trovato è che vivere in luoghi ad alta o bassa urbanizzazione non influenza direttamente i livelli di felicità, ma influenza i fattori che incidono su di essa. Vale a dire che non si è più felici se si vive in una grande citta rispetto a un piccolo borgo o viceversa, ma ci sono aspetti individuali che incidono sulla felicità in modo diverso a seconda del luogo in cui si vive. In particolare, l’orientamento per se stessi e per la realizzazione personale si associa ad un maggior benessere nelle città e l’orientamento verso l’altro, il senso di comunità e la costruzione di relazioni armoniose si associano al benessere nei piccoli centri. Questo non vuol dire che chi vive in città è maggiormente orientato verso se stesso e chi vive nei paesi verso la comunità, ma semplicemente che chi ha questi tipi di orientamento prova maggior benessere e felicità se vive nei luoghi ad essi più consoni. Al contrario, vivere in luoghi che per la loro struttura, modellata dagli individui stessi, non permettono la realizzazione del proprio orientamento, verso sé o verso la comunità, può portare ad un profondo disagio. Si ritorna quindi all’importanza di conoscere meglio se stessi e le proprie attitudini e orientamenti personali con l’obiettivo di realizzarli nei luoghi dove meglio ci possono far sentire più felici.

Conoscere se stessi, dunque, ritorna ad essere il punto di partenza del viaggio verso la felicità. Nel mito greco, “Conosci te stesso” era il messaggio iscritto nel tempio di Delfi dedicato ad Apollo, messaggio che poi fu alla base della filosofia di Platone. Secondo Eraclito “la buona qualità interiore per l’uomo è il suo demone”. Guardarsi dentro, significa quindi, cercare il proprio demone. Tra l’altro, i greci indicavano la felicità, il benessere con il termine eudaimonìa composto da eu ‘buono’ e daimon ‘genio, demone’. La felicità dunque coincide con la realizzazione del proprio demone buono, cioè della migliore parte interiore di sé, che inizia appunto dal primo messaggio dell’oracolo di Delfi “conosci te stesso”.

L’entroterra non è arretratezza, ma è l’Italia interiore (come definito da Franco Arminio). Entroterra è il nostro dèmone buono. Proprio come un individuo, solo conoscendo e realizzando il proprio dèmone l’Italia potrà essere felice. Con lo spopolamento dell’Italia interna, si è rinunciato al demone buono, cercando invece il piacere, l’edonè, attraverso il soddisfacimento immediato dei propri desideri (edonismo) all’esterno. Abbandonare, anche solo con lo sguardo, i paesi dell’entroterra significa proprio rinunciare alla ricerca del proprio demone e alla felicità data dalla maturazione personale, per inseguire il piacere all’esterno da sé.

Ho voluto parlare di entroterra in termini psicologici pensando al Paese come un individuo. Oltre a vedere il corpo di un Paese ne ho considerato l’anima che lo modella e che da esso è modellata. Porre attenzione all’entroterra per un Paese è guardarsi dentro, conoscere il proprio demone buono, con l’obiettivo di realizzarlo ed essere felice.

 

(*) Professoressa associata di Psicologia sociale all’Università degli studi di Roma Tre

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